Approccio creativo a recensione: ricevo i file degli High Jackers dal capo e li ascolto senza sapere nulla della loro provenienza. Immagino la paga sarà la stessa, fingo sia il giusto approccio alla musica, la verità è che così faccio prima e mi diverto di più.

Questi “dirottatori” parlano in inglese ma ritengo siano italiani, non esattamente un unicum nel genere, ma se non altro la pronuncia è ok. Li trovo anche su Spotifai quindi è una cosa seria, almeno nelle intenzioni, allora alzo il livello di attenzione di una tacca e via.

L’inizio, “Burghers & Beers” è incoraggiante anzichenò, perché odora di R&B e metà dell’opera per convincermi a fare una revisione positiva è compiuta. Voce e chitarra sono perfettamente a fuoco, arriva l’intermezzo più riflessivo con tanto di slide, che gioia. Avanti: “I Don’t Have You” inizia come Taxman dei Beatles, gruppo emergente di Liverpool, ma io lo prendo come un valore aggiunto quindi il voto si alza subito. Il brano funziona di brutto e tutto è perfettamente calibrato, in bilico tra un moderno Ben Harper e il James Brown più vintage ossia due ulteriori ottime notizie, e sfido chiunque a sostenere il contrario.

Con “Going Crazy” iniziano le particolarità, positive ma non sempre. Ottima ritmica, fiati congegnati bene, cori un po’ sfasati quasi sempre, non capisco se per un problema di mix o più strutturale. Mi viene il dubbio sia una cosa voluta, se lo è io non gradisco ma, me ne rendo conto, sono gusti. La batteria risalta e pollice in su per la chitarra, quel funky pacato che non guasta mai, e sfido di nuovo chiunque a dire di no.

Si prosegue spediti all’ascolto perché ormai l’orecchio si è convinto che siano professionisti a prendersi cura delle sue membrane e tutto è in discesa. Scorgo cori parzialmente dissonanti anche in “Stunned & Dizzy” quindi mi convinco lo facciano apposta; in questo caso c’è anche una chitarrina stridula sotto, che disturba un po’. Etichetto “This is the Sound” come un riempitivo, felice di poter certificare che la qualità dell’impatto sonoro resta elevata nonostante l’assenza di melodia e la chitarrina di cui sopra, compensata da un gran basso e dall’Hammond (o simili), trucchi che sistemano sempre tutto.

“Sunshine” è a dir poco eccezionale, con rallentamenti perfettamente controllati, un batterista da neuropsichiatria (ndr: è un complimento) e una grande canna vocale al timone, capace di tracciare rotte anche nei mari dell’Hip Hop con “Everybody’s Burning”, nobilitata dai fiati.

Per i fanatici del lentone c’è “Hush Now”, scarna al punto giusto e molto equilibrata. Standing ovation per chi impugna le bacchette in “Live it”, tra tempi dispari e grattuggiate di rullante che danno senso a un pezzo diverso dagli altri per struttura e produzione (tranne che per la solita accoppiata chitarrina stridula e cori naif). Davvero interessante.

Passiamo al soul (o giù di lì) con “My New Paradise”, in cui chi ha in mano strumenti fa il suo senza strafare, chi ha il microfono davanti misura piccole dissonanze con grande sapienza. C’è anche il solo di sax, aggravato perché lungo ma, notiziona, non disturba nonostante io sia nato negli anni ’70. Pezzo di gran classe, devo dire.

I generi poco intellegibili emergono con l’ottima “The Wrong Side of the Street”, con percussioni desuete, trascinante e ricca di idee. Ci vogliono le palle a mettere in piedi brani così, che i cori provano ma non riescono a demolire.

Chiusura in gran stile (funky andante) con “You make me bad”, un buon riassunto di tutto quanto sopra, manifesto del mood degli High Jackers, un gruppo a me sconosciuto che mi auguro possa entrare al più presto in tutte le case di chi ama la musica eterogenea, fatta con stile da gente che sa suonare.

What else?

Vito Franchini