(Foto di Chiara Mirelli)

“Mentale Strumentale” è il nuovo album di inediti dei Subsonica, pubblicato il 24 aprile, di cui fa parte “Decollo – Voce Off”, proprio dal 2 maggio 2020 disponibile su YouTube.

L’album è composto da dieci tracce che descrivono un viaggio di esplorazione nello spazio, il racconto simbolico di una ricerca e libera sperimentazione della band. I Subsonica scelgono questo particolare momento di “sospensione temporale collettiva” per regalare al pubblico “Mentale Strumentale”, le parole di Boosta durante l’intervista per il Terzo Lato del Vinile:

“In questa tempesta perfetta, perché è di una drammatica tempesta che si parla, penso che sia (Mentale Strumentale) assolutamente appropriato: è un disco profondo, di musica strumentale che può diventare una colonna sonora…il fatto che questo disco sia strumentale permette all’ascoltatore di essere la voce del disco, quindi effettivamente è una colonna sonora di questi giorni perché lascia lo spazio di poter viaggiare con la mente, porsi delle domande, lasciarti parlare, proprio per l’assenza di melodie vere e proprie e di testo”

Le royalties sosterranno la Fondazione Caterina Farassino, impegnata con il progetto “Respira Torino” a supportare gli ospedali di Torino e Asti, mediante la fornitura di dispositivi per l’emergenza sanitaria.

Ecco la Tracklist del disco: Decollo – Voce Off, Cullati Dalla Tempesta, Artide 3 A.M.,  A Nord Di Ogni Lontananza, Detriti Nello Spazio, A Di Addio, Tempesta Solare, Delitto Sulla Luna, Strumentale, Rientro In Atmosfera.

Subsonica, Mentale Strumentale: ” Una colonna sonora”

“Mentale Strumentale” è il nono album inedito dei Subsonica. Qual è stato il tuo personale contributo, facendo riferimento anche a caratteristiche artistiche personali? E come stai vivendo l’uscita di questo disco in un periodo come questo?

Questo è uno degli album più “popolare” dei Subsonica: il contributo è equamente diviso in cinque e nonostante non ci siano delle melodie, quello è stato un tempo piuttosto fervido e gravido di aspettative musicali che ci siamo goduti tutti insieme con una grande libertà.

Abbiamo sempre pensato e lavorato come un collettivo, questo ci ha sempre permesso di essere complementari e per certi versi anche invasivi nei rispettivi campi. Io ho suonato le chitarre e tutti i miei soci hanno suonato le tastiere, meno batteria perché è la parte più complicata [ride]. Non siamo mai stati gelosi del nostro strumento, ma della nostra musica: ci piace farla, ma non abbiamo mai avuto particolari gelosie per i nostri strumenti né per altre velleità di protagonismo o di firma in solitaria sui dischi dei Subsonica.

Motivo per cui (nel 2004) le settimane che hanno portato la composizione di questo disco sono state un periodo di factory: uno studio aperto e una stanza all’interno dello studio, in cui c’erano tutti gli strumenti a disposizione, ci sono stati cambi di ruoli, una specie di costruzione di un gioco di ruolo in cui si cambia molto spesso la maschera, qualcuno stava dietro il mixer e uno suonava e viceversa. Non c’erano nomi, non c’era la firma di un regista, un nome scritto sopra.

L’uscita di Mentale Strumentale la vivo molto serenamente, ma nel dramma di questo momento sociale che stiamo vivendo. In questa tempesta perfetta, perché è di una drammatica tempesta che si parla, penso che sia assolutamente appropriato: è un disco profondo, di musica strumentale che può diventare una colonna sonora.

La musica accompagna: è vero che tutti noi abbiamo delle canzoni che ci aiutano, ma io credo che il fatto che questo disco sia strumentale permette all’ascoltatore di essere la voce del disco, quindi effettivamente è una colonna sonora di questi giorni perché lascia lo spazio di poter viaggiare con la mente, porsi delle domande, lasciarti parlare, proprio per l’assenza di melodie vere e proprie e di testo.

Era un disco già aperto allora e mi piacerebbe che le persone lo considerassero come uno strumento per questi giorni, ma in generale per la propria vita, come tutta la musica dovrebbe essere.

In “Mentale Strumentale” troviamo la collaborazione con Gianni Condina e Ale Bavo.

È un campo libero. Varia comunque da disco a disco, questo era una tela bianca in cui ognuno metteva la sua pennellata. All’epoca, Ale lavorava con noi, quindi era naturale che facesse parte del “collettivo”, come è stato nell’arco degli anni in cui sono stati registrati da fonici e altri. Non abbiamo particolari gelosie, ma abbiamo sicuramente il controllo delle cose. Come nasce un disco è in verità un miracolo della vita [ride], dipende dai momenti, dal tipo di disco, da quale pezzo.

Lavoriamo sempre insieme e poi ci sono semi di idee che nascono da qualcuno in particolare e vengono accettati da tutti, oppure pezzi che praticamente arrivano già finiti, “impacchettati”, altri che vengono smontati e ri-assemblati. Non abbiamo una dinamica di lavoro però in tutto questo caos c’è una sorta di ordine che porta a un disco dei Subsonica, che è diverso dall’essere un disco o un pezzo di uno dei componenti dei Subsonica. Diventa la somma del nostro lavoro. 

Un album strumentale che potrebbe essere adatto per un progetto come quello con i Bluvertigo per “Disco Labirinto” del 1999. Potrebbe esserci la possibilità?

Non ti so rispondere perché come tutti i mattoni del percorso dei Subsonica vengono costruiti sul momento. Quando abbiamo fatto Disco Labirinto, è stata una felice coincidenza di fatti. Andy e Morgan erano a Torino e ci siamo trovati, siamo stati assieme in studio: lavorammo quella notte e agli altri piacque quello che avevamo prodotto.

Quando abbiamo girato il video è venuta fuori questa meravigliosa idea di abbinarlo alle persone non udenti. Sono una serie di felici coincidenze che fanno parte anche del percorso della vita. Questo ultimo disco ha avuto un percorso più lento, è uscito dopo 16 anni e già questa è una bella sorpresa, magari ce ne saranno delle altre. Ha avuto un percorso nascita, gestazione e di stasi che è durato tanti anni.

La cosa più piacevole è vedere che il lavoro svolto esce dalla dimensione del tempo, in un momento storico in cui i dischi durano poco, questo probabilmente durerà poco nella memoria, però già di per sè dura da tantissimo tempo. È nato 16 anni fa, adesso arriverà sotto una luce nuova in un mondo completamente cambiato. Per tecnologia, società e di momento storico, una bellissima avventura la sua.

Durante i momenti in studio, avete ascoltato vinili di colonne sonore italiane d’epoca, per esempio?

Il titolo che mi ricordo di più era questo 36 meraviglioso, mi pare si chiamasse “Pulviscoli spaziali”, un disco di colonne sonore degli anni ’60/’70, i primi di sperimentazione elettronica. Non dimentichiamo che in Italia c’è stato uno studio meraviglioso dell’elettronica, in cui lavoravano Luigi Nono e Luciano Berio, all’avanguardia.

Noi lavoravamo a Casasonica, nato come studio di servizi cinematografici, quando ancora c’era Gianni Condina e Massimiliano Casacci, il papà di Max. Quindi, eravamo pieni e circondati di vinili, bobine, nastri di colonne sonore e video. C’era tantissimo materiale che è stato traslato nell’immaginario dei Subsonica. Avevamo una piccola stanza in cui facevamo la pre-produzione dei pezzi ed era dove si tenevano le pizze e le bobine cinematografiche. È stato un facilissimo passaggio tra video e audio.

Ci sarà la versione in vinile di “Mentale strumentale”?

Il vinile è un oggetto meraviglioso. Come Subsonica abbiamo sempre tenuto molto in considerazione il lavoro nel suo complesso, ma questa è una considerazione si fa a monte. Marino Capitanio ha creato la copertina di questo disco, ma la prima cosa che un artista deve fare è essere felice di lavorare con qualcuno, quando lo si sceglie, ci deve essere la volontà di collaborare, con la massima libertà di scelta naturalmente, quindi la responsabilità viene prima, quando scegli di lavorare con qualcuno, con il quale sei in perfetta sintonia.

Questo discorso vale per la grafica, per i video, ti proporranno delle cose che sai già essere nelle tue corde. Non so se uscirà un vinile, me lo auguro, potrebbe assolutamente essere, perché siamo tutti quanti audiofili e amanti della musica in generale. Adesso sono seduto davanti alla mia libreria, stracolma di vinili, li ho sempre amati, avendo fatto anche il dj. Se uscirà, ci assicureremo che sia un vinile degno di essere tenuto, guardato e ascoltato.

Hai un ricordo particolare legato all’ascolto in vinile?

Ho una lunghissima storia col vinile che nasce quando ero piccolo, con il mio primo mangiadischi e poi con il giradischi a trazione diretta di mio padre. Uno dei dischi a cui sono ancora affezionato: un paio di 45 giri dei miei, uno di Ray Charles e uno di Elvis Presley d’epoca, un regalo di un amico di mio padre negli anni 50. Avendo fatto il DJ ho imparato a mettere i dischi, sono veramente pieno.

Ho sempre amato il vinile e suo concetto di attenzione, l’amore e l’ascolto della musica diventa un’azione pro-attiva, non è come mettersi alla radio o in streaming e lasci andare. Se io ascolto un disco, innanzitutto lo scelgo, compio così un gesto fisico di cercare quello che voglio ascoltare, e lo metto su: è già una specie di piccolo rito laico molto affascinante. Mi siedo, me l’ascolto e poi finisce.

È un viaggio, che dura una ventina di minuti fino alla presa di coscienza che stai compiendo un atto, quello di ascoltare la musica, non è un semplice background. È un oggetto che permette di entrare di più nella musica. Inoltre, sono un amante di come vengano prodotte le cose, di come venga registrato un disco.

Anche leggere i crediti di un disco per me è un momento molto bello e ancora adesso guardo sempre le copertine, cerco di mantenerli in perfetto stato. In questo momento storico consiglierei di ascoltare Köln, concerto di Colonia di Keith Jarret, un doppio vinile meraviglioso della ECM degli anni 70, un concerto per solo pianoforte di una bellezza curiosa. La sua versione in vinile è eccezionale.

Quali sono state le caratteristiche che vi ha contraddistinto in questi anni rispetto anche ad altri gruppi, che hanno reso la vostra musica riconoscibile? Quali sono stati i vostri punti di forza?

La curiosità e la negazione dell’affanno nel ricercare pubblico. Abbiamo sempre avuto un rapporto molto bello con le persone che ci seguivano, ma abbiamo scelto di fare musica non per colmare una lacuna di ascolto nell’orecchio delle persone, ma per la voglia di fare quello, di farlo insieme e di sentire la musica che ci sarebbe piaciuto sentire. Non abbiamo mai avuto particolari difficoltà a cercare di fare la miglior musica che potevamo, innanzitutto per noi.

È un discorso onesto da fare nell’arco degli anni, che non significa aver sempre fatto “pezzi della Madonna” [ride]. Abbiamo sempre lavorato con molta onestà. Se dopo vent’anni un gruppo è ancora qui, ancora si riconosce, le persone lo riconoscono, e noi ci riconosciamo in quello che facciamo, significa che lo stai facendo con molta onestà.

Irma Ciccarelli