(Foto di Luca Notarfrancesco)

Sgrò, Francesco Sgrò all’anagrafe, presenta il suo brano d’esordio dal titolo “In Differita” e non solo, perchè l’artista ci invita anche a sperimentare, un modo per sdrammatizzare, un love test direttamente sul suo sito ufficiale.

Diretto da Pietro Borzì e animato da Giulia Conoscenti, il video, descrive la parabola della storia di coppia dei due protagonisti, un cowboy e la sua dama.
«A volte mi sembra che le relazioni siano un modo per coprirsi le spalle ed evitare di percepirsi come esseri unici, in via d’estinzione – racconta Sgrò – tuttavia, a un tratto può accadere che la relazione non vada più avanti, diventa così inevitabile ricominciare tutto da capo e ritrovarsi a stare da soli. È di questo preciso momento che provo a parlare in questa canzone».

Sgrò, In Differita: “Esporsi: un atto che si posticipa”

“In Differita” è il tuo singolo d’esordio. Puoi raccontarci la sua storia? Inoltre, puoi approfondire la frase: “Le nostre facce sono in doppia fila, le porteranno via”?

“In Differita” nasce circa tre anni fa, quando decisi di presentare dei brani al mio produttore artisti: inizialmente erano dieci, poi decidemmo di concentrarci su otto brani, tra cui, appunto, “In Differita”.

Abbiamo scelto di far uscire questo pezzo perché ci sembrava abbastanza “in discesa” per l’ascoltatore, non creava molti ostacoli comunicativi e ci sembrava adatto, presenta bene il progetto, che richiede un ascolto quasi a tu per tu.

Con questa canzone ho espresso il mio interesse a mettermi in quella posizione tra “un prima e un dopo” e guardare la relazione dei personaggi e, ascoltando la canzone, non credo che i protagonisti riusciranno a continuare, li vedo abbastanza convinti a mollare la presa. Mi sono messo a osservare questo momento, questa anteprima del vuoto, questo momento di soglia.

La frase citata fa riferimento proprio al fatto di allontanarsi: abbiamo parcheggiato i nostri sentimenti in maniera non del tutto legale, abbiamo commesso delle infrazioni emotive, ci ostiniamo a mantenerle, a lasciare lì, la macchina, il nostro viso, il corpo e le azioni. Le porteranno via sicuramente.

Hai fatto riferimento, sei definito come “artista domestico”. Cosa significa?

È stata una definizione attribuitami da un mio amico e che mi sembrava abbastanza autoironica (senza quest’ultima non mi piace stare come artista): mi piaceva perché riesce ad essere un po’ una presa in giro, ma nel contempo afferma un qualcosa di vero. L’aggettivo domestico richiama alla casa, la intendo in modo simbolico (non come reale abitazione) come spazio dell’intimità. Ad esempio, quando ero piccolo il mio spazio emotivo era rappresentato dall’odore all’interno di un mobile, in cui mia madre nascondeva caramelle.

Come definiresti il tuo genere musicale?

Bisognerebbe chiedere agli altri, io non saprei, e solitamente rispondono con indie e pop, sicuramente non musica reggae (per negazione riesco a collocarmi). Stimo molti artisti che vengono definiti indie come Motta, Cosmo, Calcutta, Giorgio Poi, ma io vengo da un altro tipo di ascolti.

Quali sono i tuoi punti di forza, le caratteristiche che ti rendono riconoscibile?

Con una canzone all’attivo è difficile definirsi. Ho ben presente quella che è la mia immagine: un soft boy, un po’ solitario, un po’ malinconico, molto autoironico. Chi si ritrova in mano solo “In differita”, trova forse un mood un po’ apatico, con la difficoltà a emergere, un po’ malinconico. Credo però che la mia immagine necessiti anche dello specchio, che può essere qualsiasi ascoltatore.

L’esigenza di un confronto anche con gli altri. I miei migliori amici fino a due mesi fa non avevano mai sentito la mia voce, questo spiega come il mio desiderio e la mia paura nel fare canzoni siano sopra una stessa faccia di una medaglia. La mia enorme voglia è quella di avere un confronto e questa quarantena ha fatto sì che la realtà venisse posticipata perché non è ancora avvenuto uno.

Qual è la critica di cui hai timore?

Il mondo parla, l’arte si “presta” a giudizi superficiali, non c’è consapevolezza. Non vorrei far pesare la mia fatica, i miei sacrifici emotivi ed economici all’ascoltatore perché io faccio canzoni, intrattenimento. Mi impegno tantissimo, ma alla fine riconosco che è intrattenimento. La critica che mi fa più innervosire è quando mi etichettano con dei nomi, vengo trattato con sufficienza. Vorrei che per un prodotto artistico si applicasse la sospensione di un giudizio.

Nessuno sa cosa significa produrre un disco, se non quelli che lo hanno fatto: vuol dire esporsi, un atto che le persone posticipano continuamente. Posticipare l’appuntamento con la storia, quella con la S maiuscola. Mi dispiace che non si riconosca che ho la voce, una singolarità. Faccio canzoni per avere il mio nome proprio, me lo hanno tolto nell’adolescenza per mille motivi e ora me lo voglio prendere.

Credi che nel mondo della musica si fa fatica a comunicare?

Vorrei premettere che io sono stato chiuso, non ho amicizie musicali e le poche che ho, considerano la musica non inclusiva. C’è questa maledettissima invidia verso l’altro e mi fa soffrire molto. Come il gioco della sedia da piccoli: si spegneva la musica e bisognava sedersi per primi.

Perché nella musica ci deve essere il primo, il secondo e il terzo classificato? La musica come l’arte è inclusiva, non esistono queste categorie da mondo economico, è un qualcosa che non sopporto. Avendo collaborato con musicisti che fanno musica da molto tempo, mi rendo conto che c’è chi riesce ad avere delle amicizie sane tra musicisti ed è una bella cosa. Anche i giornalisti musicali, a volte, mi deludono: persone che stimo molto, ma che scrivono le graduatorie.

Io chiedo di essere visto come una persona. Avere cura dell’altro non vuol dire prendersi cura dell’altro, ma che abbia cura del mio lavoro, della mia voce, del materiale emotivo, urgente e incandescente che sto mettendo. Con rispetto. A volte la musica viene fatta o per amore di questa o per fidanzarsi. Quando sento la musica per “fidanzarsi” cambio, ma quando sento un’attenzione al particolare, all’immagine, al modo di porsi, con sincerità… e la sincerità può essere anche “una scappata di casa” con una canzone sgangherata.

Quando ascolto Piero Ciampi, ad esempio in alcune canzoni che magari non sono granché come resa sonora perché dei provini, sento un corpo, il suo cuore che batte: quello per me è la musica. Riconoscere il valore delle cose, un po’ di cura.

Hai accennato al fatto che hai un background musicale diverso rispetto ad altri artisti. Quali sono stati i tuoi ascolti?

Il primo CD comprato, perché mi piaceva la copertina, è “Rimmel” di De Gregori, insieme a un altro che era accanto (in offerta) di Bob Dylan e poi “Radici” di Guccini. Questi sono i tre primi album che comprai a 14 anni ed è stato un incontro d’amore. Come tutti gli incontri d’amore è stato un incontro tra sintomi: quelli che de Gregori aveva quando a 24 anni scrisse “Rimmel” li ho ritrovati in me che ne avevo 14. Sono figlio di questa musica.

Mi dicono di somigliare a Giorgio Poi o Calcutta, che stimo molto,ma io ho 30 anni e loro li ho ascoltati un paio di anni fa, non nella mia adolescenza. Nasco come nerd della canzone d’autore, nerd patologico che da ragazzo in camera stava ad ascoltare e imparare tutta la discografia di De Gregori, di Guccini, di Rino Gaetano, di Battisti, di De Andrè, di Claudio Lolli, di Piero Ciampi, di Battiato, di Bob Dylan e di tantissimi altri. In sintesi, il mio background è attenzione al testo, la parola. La parola mi ha salvato, balbettavo e non parlavo, la parola di De Gregori e degli altri cantautori mi ha salvato. Con il tempo e lavorando ho apprezzato il lato musicale.

Questa è stata la mia formazione dai 14 ai 18 anni, “anti contemporanea” per tutti i miei coetanei perché ascoltavo musica vecchia. Dopo la laurea in Italianistica a Lettere Moderne, mi sono reso conto di aver vissuto una vita da citazionista: citavo gli altri per non parlare di me. So di avere una personalità, come tutti, ma io citavo e non prendevo parola. Come in “Verranno a chiederti del nostro amore” di De André in cui dice “continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai”, a 25 anni mi sono reso conto di essermi fatto scegliere, ho fatto parlare gli altri.

Abbandonare i padri, De Gregori, Guccini e gli altri è stato complicatissimo, e in questa crisi mistica complicatissima, ho mollato tutto e sono andato da Andrea Ciacchini, il mio produttore artistico, con dei testi miei e la prima canzone di quel periodo esce finalmente dopo 5 anni. Il tempo che ho impiegato è perché ho una difficoltà enorme ad espormi che spero venga un po’ smussata. A 25 anni ho finito l’università ed entravo nella realtà, quella realtà che se si sa accogliere è positiva. Io che sono sempre molto spaventato di fare il passo più lungo della gamba, mi sono scoperto coraggioso.

Perché senti l’esigenza di essere “contemporaneo”?

Per essere abbracciato forse, per sentirmi dire “ti voglio bene”. A parte il lato emotivo, forse il motivo più vero, il lato razionale, che è il confronto, per me qualcosa di fondamentale. Se dovessi scegliermi un verbo sarebbe “crescere”, sempre, declinato in ogni modo, e “imparare”. Il contemporaneo è interessante: quando l’anno scorso ho ascoltato i dischi di Sfera Ebbasta, per giorni e settimane, è stato un bello schiaffo. Il presente è stimolante, non essere contemporaneo mi fa essere un turista, e non voglio essere un turista nella vita, ma coniugare i verbi al presente.

C’è stato un episodio particolare che ti ha spinto a fare quello che volevi nella vita?

Avevo letto un articolo su “Doppio zero”, una rivista di letteratura in cui veniva citato Jacques Brel, “Avere talento è avere dei sogni”. Io di sicuro ne ho sempre avuti. La canzone è la cosa per cui darei la vita, che prego e venero. Io credo nella canzone, è incredibile, popolare. Avevo questo sogno e a un certo punto sono esploso. Tutto quello che mi circondava era frenato e siamo rimasti in piedi io e questo mio desiderio forte: esprimermi, declinare in forma attiva il verbo parlare e non in forma passiva (essere parlati), non avevo più voglia di sentire la gente parlare.

Tutti parlano addosso, ma si può parlare solo se lo si fa realmente, mettendosi in gioco. Allora, mi sono posto delle domande, dal punto di vista sentimentale, relazionale, cosa faccio, chi sono, perché, le solite domande. Hanno iniziato a dare un’altra immagine di me, un’altra forma e poi da lì sono partito a ricostruire.

Di “In differerita” abbiamo anche il videoclip. Che ruolo ricopre nella tua produzione artista e quali sono state le influenze cinematografiche e del mondo dell’arte?

L’idea è venuta a Pietro Borzì, il regista: ha pensato che per quella canzone fosse necessaria un’animazione, ne abbiamo viste un po’, e poi abbiamo coinvolto Giulia Conoscenti. Mi sono fatto guidare. Pietro era a conoscenza di tutto il progetto Sgrò, come ad esempio i colori che io immaginavo adatti, ma lo script è suo.

Mi interessava che ci fossero dei riferimenti come Pulp Fiction, o la Gioconda, molto visibili. Quello che ho chiesto è di non esserci, perché non mi andava, non mi sembrava interessante e quando Pietro ha proposto Cowboy e Dama come protagonisti mi è parso interessante perché diventava una narrazione metastorica, al di là della mia storia individuale. Tutti siamo stati dama, tutti siamo stati cowboy, mi piaceva che questo immaginario animato fosse condivisibile e fruibile.

Non solo, c’è anche un videogioco: come nasce l’idea e cosa ti aspetti?

L’idea era molto più ambiziosa, ma era un budget molto più alto. I miei verbi sono stati “aprire” e “chiudere”. Io sono stato chiuso per una vita e a un certo punto mi sono aperto. Ragionandoci un giorno al bar, mi son detto: “Ma perché non aprire un sito di incontri, dove la gente mi veda in qualche modo?”. Avevo immaginato a molte funzionalità, anche molti doni per l’utente, io posso solo dare, non posso richiedere niente, non sono nessuno.

Alla fine, visto che le possibilità erano quelle che erano, abbiamo pensato a questa cosa come un modo anche per sdrammatizzare. La canzone mi ha fregato, è stato il mio desiderio, ma mi ha anche castrato: non riuscivo a cantare anche se volevo cantare, quindi, dovevo sdrammatizzare. E cosa c’è di meglio di un love test! È un po’ una porta secondaria al mondo e all’immaginario di Sgrò.

Che cosa stai ascoltando in questo periodo e cosa consiglieresti?

Sto ascoltando Zucchero, il disco “Blue’s” dell’87, Childish Gambino, Travis Scott, ma comunque quello che capita. Zucchero ultimamente mi sta incuriosendo, che scriva delle belle melodie, non è scontato, come in “Senza una donna”, mi affascina, “con le mani sbucci le cipolle”, è un inizio potentissimo.

In questo periodo mi va di spendere una parola per i Camillas, che conosco e ascolto, anche per ritrovare Mirko recentemente scomparso e la sua voce. Loro sono l’autoironia, sono delle macchine creatrici di meraviglie e di stupore, assistere a un loro concerto e conoscerli. Mirko e Vittorio incredibili.

Ascolti musical in vinile?

Al momento non ho l’attrezzatura con me e ascolto molto su Spotify, ma di dischi ne ho tantissimi, ne ho comprati tanti fino a 3 o 4 anni fa, però mi rendo conto che non ho più voglia di essere fuori dal tempo, lo sono stato già, adesso ho bisogno di essere nel tempo. Devo trovare il modo anche di comprare dei videogiochi o di guardare le serie TV, non l’ho mai fatto. Se dovessi scegliere fra scrivere una mail o scrivere un messaggio su WhatsApp, scriverei una mail. I vinili ne ho una trentina, ma li ascolto quando torno in Toscana.

Hai ricordi particolari legati al vinile?

Sì, la prima volta che ho ascoltato Battiato era in vinile, “Della voce del padrone”, comprato a un mercatino a Livorno durante “Effetto Venezia”, una festa di Livorno. Io sono di Lucca, mi ricordo andammo alla festa, spuntò a un certo punto questa copertina interessante e me l’hanno regalata.

Che programmi hai per il futuro?

Gli otto brani probabilmente diventeranno un album, a breve uscirà un secondo singolo, ancora non si sa quando di preciso. Il mio vero scoglio sarà quando andrò a suonare in pubblico, ma è quello che mi va di fare. Il mio live me lo immagino con tanta ansia prima e dopo a prendere appunti e dirmi dove ho sbagliato. Mi immagino anche di concedermi una birra fresca, di poter andare a letto tranquillo.

Ogni tanto, ho fatto dei live in posti da “scappati di casa”e, in uno dei più belli, il pubblico che avevo erano due barboni entrati in questo locale perché fuori faceva troppo freddo e non c’era nessuno perché erano le 21: ho suonato due ,tre canzoni e uno dei due poi mi ha dato un bacio sul collo [ride].

Non lo so ancora chi sarà il mio futuro pubblico, perché non lo conoscono, ma sono curioso.

Irma Ciccarelli