(Intervista a cura di Irma Ciccarelli; Foto di Virginia Bettoja)

Pierdavide Carone torna con un nuovo brano dal titolo “Forza e Coraggio”, scritto e composto da lui, anche produttore del brano insieme a Marco Barusso.

Parte dei proventi ricavati dal singolo sarà devoluta ad Humanitas e Fondazione Humanitas per la Ricerca a sostegno del loro impegno quotidiano per la diagnosi, la cura e la ricerca contro il Covid-19.

«La mia scelta di donare questa canzone ad Humanitas – dichiara Pierdavide Carone – nasce dalla gratitudine, personale e non solo, nei confronti di una struttura che si è presa cura di me, fisicamente e psicologicamente, quando l’anno scorso non sono stato bene. E che allo stesso modo ha indirizzato mio padre verso un processo di cure che ora sta ottimizzando nella sua amata Puglia».

«Ringraziamo davvero di cuore Pierdavide per questa iniziativa che sostiene tutti i nostri medici e ricercatori in un momento molto particolare come quello che stiamo vivendo ora  spiega Walter Bruno, Direttore Comunicazione Humanitas – La musica è l’espressione artistica della comunicazione, e il titolo di questo brano, così come il suo messaggio, fotografa l’intensità delle sensazioni condivise da tutti i professionisti di Humanitas in questi mesi difficili. La forza ed il coraggio, così come la solidarietà, hanno sostenuto medici e ricercatori in prima linea in questa emergenza, ed ora in questo momento di nuovo inizio e di speranza».

Abbiamo intervistato per i lettori de Il Terzo Lato Del Vinile Pierdavide Carone, che ci ha raccontato dei cambiamenti nel suo modo di raccontare le sue emozioni, di cosa anticipa “Forza e coraggio” e di quanto sia stato fondamentale il vinile nel suo approccio con la musica.

Piedarvide Carone, Forza e Coraggio: “è stato liberatorio”

“Forza e coraggio” racconta un momento importante della tua vita. Scriverne, e quindi ritornare a quei momenti, che emozioni hai provato, a livello artistico? È stato difficile trovare le parole e gli accordi giusti?

Scrivere questo brano è stato liberatorio, dal momento che per me il processo creativo è sempre stato catartico, questa volta non è stato diverso, anzi.

Sentivo il bisogno di parlare con me stesso e questa canzone è una sorta di dialogo: nelle strofe c’è una parte di me, quella un po’ più stanca di lottare per conquistarsi anche la più piccola delle cose, ma alla fine è la vita di tutti ed è questo il motivo per cui le persone si stanno identificando in “Forza e coraggio”.

Questa canzone mostra le nostre vulnerabilità, perché tutti abbiamo i nostri momenti di difficoltà che portano a chiederci se ne vale davvero la pena: nel ritornello, mi dico che ne vale la pena e ci credo fermamente.

E invece, a livello artistico, cosa rappresenta? Da “La ballata dell’Ospedale”, a “Di notte”, “Mi piaci ma non troppo” fino ad oggi: cosa continui a portare nella tua musica e in cosa, invece, sei cambiato?

Rispetto al passato, sono un po’ più coraggioso nell’affrontare delle tematiche in un certo modo.

Per esempio, anche “La ballata dell’ospedale” è il frutto di un disagio personale, ma (forse anche per un’età diversa e in dieci anni cambiano alcuni aspetti del tuo carattere) è stato raccontato con l’irriverenza, il grottesco ed erano sicuramente un modo per schermarmi dall’affrontare in maniera seria quel disagio. Forse, a 21 anni, è anche il modo giusto per affrontare le cose.

A 31, invece, quando decidi di girare la telecamera su te stesso, su come ti senti, sulle tue fragilità non puoi più farlo in maniera scanzonata, ma in modo consapevole e con solennità.

Nella scrittura, facendo riferimento al passato, anche a quello più recente, ho sempre avuto la costante della solitudine perché tutti i personaggi delle mie canzoni, in qualche modo, rimangono da soli, ci sono delle solitudini che si incrociano, ma non convergono mai in maniera definitiva.

Mentre, “Forza e coraggio”, il momento di massima per la mia solitudine, in cui mi sono sentito più solo che mai, è una canzone collettiva sia nel testo, perché tutti ci si possono rivedere, sia a livello musicale.

Questo brano rappresenta, probabilmente, il mio primo “inno” (ha in qualche modo quelle fattezze musicali) e, nonostante la matrice di grande solitudine, l’epilogo è un’esortazione all’unione: questo è un aspetto che mi ha sorpreso, dal momento che nei lavori precedenti la filosofia, la matrice restava la solitudine.

Dopo tanti anni, la ricerca della solitudine, sia nel modo di vivere che nella musica, si sta limando, forse.

Hai usato il termine “inno”: vuol dire che la struttura musicale richiama l’aspetto lirico?

Sì. C’è un particolare passaggio dove, per la prima volta, mi sono sentito di aver fatto qualcosa di corale, infatti, nell’ultima frase dello special (E chi non è mai morto non ha mai vissuto e forza e coraggio) è presente un coro, la più grande forma di esorcismo dei nostri sentimenti, delle proprie emozioni che passano attraverso la musica.

Anche nel percorso in studio, è stato bello coinvolgere cantanti e non in questo coro: è stato un momento collettivo a partire dalla registrazione.

 “Forza e coraggio” anticipa un nuovo album? Hai già in mente di quello che potrebbe essere?

Sì, questo brano fa parte di un contenitore di cui rappresenta delle componenti che ritroveremo nei brani che comporranno il futuro album.

Il disco è già quasi del tutto registrato, con Marco Barusso, e spero di presentarlo quanto prima, specialmente per il fatto che non pubblico da troppo tempo, ma non voglio che nasca sotto un “handicap”, di non avere la possibilità di pubblicarlo totalmente: poter andare nei negozi di dischi per presentarlo e firmare le copie per chi lo acquista o andare in tour.

Per adesso, purtroppo, non c’è questa normalità.

Sei anche autore: quali sono le caratteristiche che solitamente ti colpiscono di un altro artista che potrebbero farti venir voglia o accettare di scrivere un brano per lui? Penso un po’ alle tue collaborazioni e brani scritti, come per Scanu, Antonio Maggio, Alex Britti, col quale scrivi e produci il singolo “Sole Per Sempre”, con i Dear Jack per “Caramelle”.

Ogni collaborazione nasce da un percorso di empatia, sincerità, al di là di quello che è stato poi il risultato finale, che poi è sfociato nell’amicizia: è difficile potersi relazionare con qualcuno per cui non provi fiducia e affidargli la propria creatura (ogni artista è sempre geloso delle sue opere).

Inoltre, sono state molto trasversali: per esempio, Valerio Scanu è un portatore del bel canto nel pop, i Dear Jack si affidano alle chitarre elettriche, Alex Britti è un bluesman, Lucio Dalla era il cantautore per eccellenza, mentre Antonio di Maggio è quello più affine a me (per età, background compositivo etc).

Il singolo “Caramelle”, in collaborazione con i Dear Jack: come avete lavorato e con che sentimento avete lavorato alla stesura del testo, dato il delicato argomento?

La stesura del testo è stato un momento molto personale, intimo e i Dear Jack arrivano nel momento in cui decido che questa canzone meritava di essere registrata.

Mi aspettavo, anche se non nella misura in cui si è verificato concretamente, che questo pezzo mi avrebbe messo in una prospettiva diversa ed entrare in un contenitore sociale come mai prima a quel momento, pur avendo già scritto pezzi “impegnati”.

Non avevo mai affrontato un argomento in maniera così diretta, sottolineando una condanna ben chiara nei confronti di una patologia che mette a rischio le vulnerabilità di alcuni ragazzi.

Quindi, questo esporsi così tanto sarebbe stato un po’ difficile senza l’appoggio dei Dear Jack, ed è stato bello coinvolgersi in un qualcosa anche se “fatto e finito”, di conseguenza non era scontato che loro accettassero di partecipare ad un pezzo già concluso.

E con questo hanno dimostrato che, anche oggi, basta soltanto ricordare che la musica ha un ruolo sociale, di riflessione e coinvolgimento. Per esempio, con loro mi sono ritrovato ad essere ospite di manifestazioni extra musicali come il congresso del Cavallo Rosa.

In generale, nell’eterno dilemma del ruolo dell’artista che ricopre, il cantautore a maggior ragione, nella società: qual è il tuo pensiero?

Penso a John Lennon, forse il più grande artista della musica leggera, che riusciva a coniugare perfettamente i cliché del pop con il messaggio sociale.

La sua “Imagine” è la sintesi perfetta: una canzone a grane impatto commerciale, ma con grandi e profonde riflessioni sociali e intellettuali.

Negli ultimi tempi, ci siamo dimenticati che la musica possa mantenere il suo ruolo di intrattenimento attraverso la vendita di sé stessa, senza, però, rinunciare al suo impegno tematico.

Non credo di essere l’unico cantautore in Italia, anzi, mi sento in buona compagnia e spero, vorrei che questa consapevolezza venisse recuperata, che questo bisogno lo sentano anche gli altri.

I cantautori hanno avuto sempre importanza nella tua vita artistica, penso “Dalla parte di Rino”, all’apertura dei concerti di Battiato fino alla partecipazione con Lucio Dalla a Sanremo con il brano “Nanì”: da cantautore dei giorni nostri, quali sono le similitudini e le differenze della figura del cantautore tra ieri e oggi?

Tra le differenze, c’è quella della quantità distributiva: prima le Major, come la RCA, erano il posto dei cantautori. Con il tempo, invece, le cose sono cambiate con l’avvento delle nuove generazioni di discografici che hanno pensato di “scacciare” a poco a poco i cantautori per far posto a qualcosa di più massivo.

Quello che ha legato le esperienze del passato con quelle di oggi, i cantautori del passato con quelli contemporanei, è il fatto che sono riusciti ad unirsi e a trovare un loro luogo per esprimere la propria musica: le etichette indie.

Queste (come Artist First) sono diventate il nuovo posto dove gli artisti hanno la possibilità di esprimere la loro creatività in un modo schiacciato dalla Major dove pubblicano canzoni usa e getta.

È bello sapere che le etichette indipendenti, pur con dei mezzi più limitati rispetto alle multinazionali, danno spazio ad una musica con più lungimiranza.

Che rapporto hai con il vinile?

Il vinile è stato il mio primo rapporto con la musica, quando ancora avevo un vocabolario delimitato per decodificare il concetto stesso di musica.

Ero attratto dalle copertine e ancora non sapevo che al loro interno ci fosse il vinile che, messo sul giradischi, produceva musica…ma poi ci sono arrivato e posso dire che è grazie a lui, devo a lui, la mia passione viscerale per la musica. E proprio in virtù di questo, il mio vinile preferito è “Come è profondo il mare”, anche se può sembrare legato alla mia esperienza, ma non è così.

Aveva una copertina meravigliosa e, anche se a 8 anni non riuscivo a comprendere perfettamente la profondità dei testi, era quello che ascoltavo di più, oltre ai 45 giri dei The Beatles. Ecco perché per me è stato così importante, successivamente, incontrare Lucio Dalla e sentirmi legittimato nel mio talento: uno dei primi vinili che ho tenuto tra le mani era proprio il suo.

Infatti, Lucio Dalla e i The Beatles sono le mie più grandi passioni musicali.