(Foto di Edoardo Delille)

“Suite Dreams” è il nuovo album di Naomi Berrill (Warner Music), in cui la violoncellista e cantautrice irlandese fa incontrare e combaciare tra elementi pre-barocchi, finezze cantautorali, jazz e la vitalità del folk.
Questo incontro è raccontato dal suono del violoncello che incontra la natura, ispirandosi alla poesia e alle illustrazioni, assorbendo ogni elemento e restituendolo in un’atmosfera eterea e sospesa.
Il disco si compone di tre suite dedicate e ispirate dal tema delle migrazioni: migrazioni non solo di uomini o etnie, ma anche di stormi di uccelli, di piante, di animali, di generi.
Questo lavoro rappresenta il modo in cui Naomi ribadisce musicalmente che la natura dell’uomo è di muoversi alla costante ricerca di una condizione migliore.
Ma non solo, ecco cosa ci ha raccontato l’artista in questa intervista per Il Terzo Lato del Vinile.

Naomi Berrill: “Musica e movimento vivono l’uno per l’altro”

Come nasce “Suite Dreams” e quali sono i punti forza di questo progetto?

Suite Dreams è un progetto nato quasi spontaneamente da una raccolta di tante esperienze che ho vissuto negli ultimi anni, forse le più interessanti sono stati alcuni laboratori con bambini stranieri che ho tenuto nella scuola che frequenta mio figlio. Ho chiesto di portarmi le loro musiche che sono state cantante da tutti gli altri bambini. È stata una piccola, ma incredibile emozione vedere la felicità negli occhi di bambini di origini indiane, cinese, russi ecc. La loro cultura si fonde con quella locale creando un folklore nuovo, originale e arricchito

Partendo dal titolo, “Suite Dreams” sembra una chiara assonanza a “Sweet Dreams” degli Eurythmics. Un doppio tributo, il primo alla musica classica, attraverso la parola “Suite” e il secondo a quella moderna?

Si l’assonanza era molto divertente ed effettivamente riprende l’approccio che ho avuto, soprattutto rispetto alle ispirazioni che vanno dalla musica pre barocca fino ai Massive Attack. Mi chiedo spesso che tipo di musica sarebbe oggi quella di Purcell o Paganini.

I movimenti della suite classica sono perlopiù derivanti dalle danze, come il Bourrée. E proprio nel secondo movimento, “Dance suite”, il Bourrée in mi minore di Bach viene inserito come tema cantato in “Prelude”. A tal proposito, qual è il suo rapporto con la danza nel quotidiano? Quanto ha influenzato la composizione di “Suite Dreams”?

Sono affascinata dal movimento e ho avuto la grande fortuna di lavorare con Virgilio Sieni che è un coreografo fiorentino che fa della ricerca il cuore del suo lavoro, abbiamo lavorato con danzatori e non danzatori, con performer non vedenti, con bambini, anziani. Musica e movimento sono simbiotici e vivono l’uno per l’altro, è una grande emozione vedere come la musica si trasforma in movimento.

Le danze intese come quelle di corte in Francia all’epoca di Luigi XIV sono state un momento di grande intensità artistica, mi ha sempre incuriosito il fatto che prima di arrivare alla corte del Re hanno avuto percorsi e viaggi quasi incomprensibili e questa loro ‘diversità’ mi ha sempre affascinato.

Bach ne ha fatto una delle maggiori opere di musica classica, ha preso ispirazione anche dal folk irlandese e in questo album provo a fare un percorso inverso e riprendo delle ispirazioni dalle sue suite per riportarle su un altro campo.

Il brano “Slide – Na Bàltha Craige” è dedicato all’Irlanda. Quali sono le più grandi influenze musicale del suo Paese nella sua musica?

Sono il mio DNA, la mia educazione. Il bello quando sono in Irlanda è la facilità con cui si suona in casa o nei pub, non c’è necessità di ‘esibirsi’ ma tante volte è un modo che abbiamo con gli amici o la famiglia di stare semplicemente assieme e invece di chiacchierare, di fronte a una tazza di tè, prendiamo gli strumenti e suoniamo qualche pezzo assieme. La musica è fortemente radicata in tutti gli strati della società, è una linfa vitale e quindi naturalmente si evolve.

Nello specifico Na Bàltha Craige è un brano in lingua gaelica che è la nostra seconda lingua, la impariamo a scuola ed è affascinante come abbia resistito per millenni tramandandosi oralmente fino ad oggi. La parte musicale all’inizio del brano è un tipo di danza folk, una ‘slide’ che è una delle danze più semplici da ballare e che si impara a scuola quando hai 5 o 6 anni.

Il testo è preso da una poesia molto conosciuta in Irlanda, scritto da un scrittore dalle Isole Aran, e che racconta un punto di vista dei fiori che crescono sulle scogliere in un posto impervio, non particolarmente affascinante, ma a loro questa cosa non importa perché possono sentire sempre il mare e rimangono incantati da questo suono.

“Playground Suite” è l’ultimo movimento della suite, il più legato alla fanciullezza e al gioco. Di questo movimento fa parte “O babbo mio”, l’unica canzone con testo in italiano. Il titolo fa riferimento a “Oh babbino mio, caro” ripresa da “Gianni Schicchi” di Puccini? Il testo ricorda una canzone di origine più popolare, potrebbe raccontarci questa canzone? Inoltre, cosa ha voluto approfondire della cultura italiana?

Certo il brano originale si chiama O’ Violina, un brano della tradizione toscana, è un omaggio alla terra in cui vivo. Mi fa sempre piacere poter cantare in italiano è una lingua che si presta molto bene alla melodia. Vorrei conoscere di più delle musiche tradizionali in Italia, se ne sa poco ma so che c’è molto da scoprire. Al mio matrimonio un amico ha suonato con l’organetto molte musiche del Sud e tutti gli irlandesi erano innamorati di queste melodie vivaci e colorate

Quali sono le influenze musicali degli artisti musicali del passato e quali invece di quelli di oggi? Inoltre, la scelta della struttura di suite viene spesso utilizzata nella musica moderna soprattutto nel rock progressive e dai gruppi progressive metal. C’è una connessione a riguardo? Quali sono i suoi ascolti?

Ecco alcuni miei influenze musicali del passato e di oggi:

Per la classica senza dubbio Bach, Purcell, Schumann, Stravinsky, Brahms e Dowland ma anche Barbara Strozzi una delle prime donne compositrici. Ho un grande amore verso Miles Davis, e soprattutto Nina Simone e ascolto e prendo ispirazione da Elis Regina, Simon and Garfunkel e chiaramente i  Beatles.

Per quanto riguarda artisti contemporanei mi piacciono molto Brad Meldau, Sarah Jarosz, Chris Thile, Villagers e Pascal Pinon. Devo ammettere che non avevo in mente il legame fra Suite e Progressive metal! Forse questo e il prossimo genere che però mi devo studiare un po’ meglio. Gli artisti a cui mi avvicino sono sempre accomunati da uno spirito di evoluzione e ricerca nel loro percorso.

“Silent Wood”, il primo movimento, è un inno alla natura. Percy Shelley e Goethe, autori vissuti nell’epoca dei Grand Tour e ai quali si è ispirata assieme alla più moderna Cicely Mary Barker, hanno descritto le meraviglie dell’Europa durante i loro viaggi e spostamenti. Parlando di tour legati al mondo della musica, qual è il suo rapporto con le città toccate durante il suo percorso musicale?

Sono di parte, per me Firenze è il posto perfetto per vivere. Roma è una città in cui vado sempre con molto piacere e ho avuto l’opportunità di suonare in luoghi favolosi della città eterna. E’ una città molto attiva culturalmente. Venezia la conosco meno e mi piace sempre cercare dei luoghi in cui viverla lontano dal turismo, quando succede è una vera magia, è un luogo senza tempo.

La collaborazione con la Warner: ci racconta l’incontro tra lei e la Warner e il motivo per cui ha scelto di collaborare con loro?

Dietro a un nome altisonante di una major ci sono delle persone e il motivo per cui collaboro con loro è stata la grande sintonia che dal primo momento ho avuto con Paolo Tondo (Classic Manager) e Patrizio Romano (Head of Catalogue and Strategic Marketing).

L’incontro con Warner è avvenuto grazie a Casa Musicale Sonzogno che cura le mie edizioni. In una fase strana per il mercato discografico è importante avere un buon team per costruire una strategia condivisa ed efficace.

Ascolta musica in vinile? Se sì, ha un ricordo particolare legato a questo oggetto? Qual è il suo preferito? 

A casa dei miei genitori abbiamo una collezione di vinili del mio papà che va dalla musica classica al jazz e mi piace sempre riascoltare alcuni brani che mi riportano alla mia infanzia.

Una delle mie prime memorie musicali è il vinile di mio padre  ‘Etude’, dalla colonna sonora di  ‘Killing Fields’. Quel brano è una rivisitazione del pezzo classico ‘Recuerdos de la Alhambra’ scritto dal chitarrista e compositore spagnolo Francisco Tarrega. Forse è stato il primo passo che ha spinto la mia curiosità ad amare la musica che travalica i generi.

Intervista a cura di: Irma Ciccarelli, Davide di Cosimo, Giada Divulsi