Il 27 marzo è uscito “Event Horizon”, il nuovo disco dei Matinée, la band italiana che vanta della produzione di Tony Doogan, tranne un brano in cui subentra Julian Corrie dei Franz Ferdinand
Inoltre, la maggior parte dell’album è stata creata insieme a Chris Geddes dei Belle And Sebastian, ormai membro ad honorem della band e tra gli ospiti del disco, questa volta sul versante italiano, Pier Ferrantini (Velvet), che presta la voce nel brano “Satellite”.
La band è composta da: Luigi Tiberio (voce, chitarra, synth), Alfredo Ioannone (voce, basso), Giuseppe Cantoli (chitarra) e Alessio Palizzi (batteria).
In questo periodo molto delicato, la bad ha voluto comunque presentare il proprio lavoro e non per mancanza di tatto, come ha sottolineato Luigi Tiberio nella nostra intervista:

“Volevamo ringraziare tutti coloro che ci hanno sostenuto in questa difficile scelta di uscire nonostante il covid-19. Le radio e le tv sono state molto gentili e di supporto: non volevamo mancare di tatto o risultare insensibile e fortunatamente è stato capito il nostro intento.”

La musica è la miglior medicina dell’anima (Platone) e per questo ci uniamo a supporto della band e alla loro volontà di voler stare accanto al loro pubblico donando nuove canzoni da ascoltare e cantare in un momento così delicato.

Grazie ai Matinée.

Matinée, Event Horizon: l’intervista

Ed ecco che presentate al vostro pubblico il nuovo album “Event Horizon”. Come nasce questo album? È il risultato di cosa?

Alla fine di “These Days” eravamo carichi e positivi perché composto da 10 tracce di cui eravamo orgogliosi, quindi volevamo portare avanti altri progetti come questo. Ma subito dopo la sua l’uscita c’è stata la Brexit e la situazione socio-politica era cambiata: ci siamo ritrovati come se avessimo scritto delle canzoni che non andavano più bene (per questo motivo il processo creativo ha preso molto più tempo del previsto, facendo passare 6 anni).

Così, abbiamo cominciato a scrivere canzoni quasi per dimenticare, per spostare il focus su altri argomenti, ma anche un diversivo per sfidare noi stessi. I brani parlano di pianeti, di corpi celesti, di astrologia, per spingerci oltre quello che facevamo di solito, un processo che ci ha fatto riflettere sull’umiltà: quando si pensa all’universo, all’insieme delle galassie e a quello che siamo (un piccolo pianeta in una piccola galassia) possiamo poi porre tutto in prospettiva e altri discorsi, come la Brexit, perdono un po’ di valore.

“Event Horizon” lo abbiamo pensato come un concept album: ci siamo messi in discussione, focalizzati su quello che non è visibile a occhio nudo, ci siamo spinti oltre la barriera dello sconosciuto. Anche a livello umano è stato una grande esperienza, lo abbiamo prodotto a Glasgow, la nostra scena principale, abbiamo avuto tante opportunità e siamo stati molto fortunati nel collaborare con artisti che per noi sono eccelsi.

La scelta di andare in Gran Bretagna è stata dettata da un motivo preciso?

È stato un qualcosa di abbastanza organico perché tutti e quattro sin dalla prima adolescenza siamo sempre stati legati all’Inghilterra, al brit pop e di conseguenza, quando abbiamo cominciato a scrivere musica facevamo riferimento a quel tipo di sonorità. Se ci mettessimo a scrivere un pezzo in italiano non saremmo capaci [ride].

Poi c’è stata la fortuna di aver conosciuto i Franz Ferdinand, dopo aver vinto un contest per tribute band ufficiale e da quell’esperienza abbiamo cominciato a suonare con agenzie inglesi. Il nostro primo produttore era di Glasgow, ritrovandoci così a non poter fare altrimenti che rimanere qua negli UK. Ad esempio, nel 2010, al ritorno dal tour in America, spendevamo più tempo in Inghilterra che in Italia, per cui è stata una progressione naturale.

Ad oggi, due di noi vivono e lavorano in Italia mentre io e Alf sono dieci anni che ci siamo stabiliti qui. In conclusione, è stata una qualcosa di naturale: l’Inghilterra è dove abbiamo avuto le giuste opportunità musicali, una “scelta-non-scelta”.

Summer Sun” ha anticipato questo album: perché avete scelto questo brano?

“Summer Sun” è la svolta musicale a livello sonoro: quando abbiamo trovato questo suono con i synth siamo rimasti colpiti, come la luce accecante di un sole d’estate, per questo l’abbiamo si intitolata in questo modo.

Abbiamo scelto questo brano perché volevamo distaccarci dal suono classico di chitarra, basso e batteria e andare su sonorità anni ’80, perché rimaniamo figli degli XTC, dei Duran Duran, Tears for Fears, Soft Cell, c’era questa voglia.

Ci siamo poi resi conto che l’album è impegnato su tematiche molto forti, anche se in realtà volevamo lasciare un’impronta di positivismo e di speranza ed è il motivo per abbiamo deciso di uscire nonostante questo periodo di incertezza e emergenza sanitaria mondiale, per motivi simili a quelli di “These Days” riferito alla Brexit.

Quanto è cambiato il mercato musicale e i rapporti musicali con la Brexit? Quanto ha influito questo evento sulla musica?

Tantissimo perché è stato uno stimolo creativo, ha fatto sì che tutti avessero qualcosa da dire, ma dal punto di vista umano, abbiamo visto nascere barriere invisibili. Il mercato inglese si è chiuso in sé, come quello europeo e non so se questa sia stata una coincidenza, ma la rinascita dell’indie italiano, potrebbe essere una risposta all’Inghilterra indie.

Hai accennato al tuo ai Franz Ferdinand: che rapporto avete con loro? Inoltre, in questo album c’è la mano di un importante musicista come Chris dei Belle and Sebastien.

Quando eravamo più giovani avevamo messo su una cover band dei Franz Ferdinand e partecipammo a un contest per diventare la tribute band ufficiale per il South Europe, vincendolo. Ci hanno poi invitato a Torino dove erano presenti al Traffic festival e ci hanno chiesto perché non producessimo canzoni nostre.

Nel panorama musicale scozzese c’è una certa accessibilità e apertura, molto umile e il tutto è cominciato in modo casuale mandando delle demo al produttore. Eravamo con Tony Doogan, il nostro produttore, nello studio di registrazione e i Belle and Sebastien stavano lavorando a una colonna sonora per un film. A noi servivano dei suoni tastiera e nella cucinetta dello studio, tra un caffè e una chiacchiera, Chris si è proposto per darci una mano e da lì è nata un’amicizia.

Avevamo già collaborato al disco precedente, però un po’ in ombra, mentre per “Event Horizon” abbiamo praticamente scritto insieme, è stato fondamentale molti brani. È successo tutto in maniera abbastanza spontanea e casuale, siamo stati molto fortunati ad avere questo tipo di connessioni e di collaborazioni, di navigare una scena musicale molto aperta e molto rispettosa dei talenti emergenti. Non penso che avremmo avuto le stesse possibilità se fossimo rimasti in Italia.

Quali sono i punti di forza del panorama musicale italiano e quelli invece inglese? In cosa si accomunano?

L’Inghilterra ha un popolo abbastanza introverso e timido, però quando si tratta di musica siamo molto simili: nei live il pubblico inglese è molto coinvolgente come quello italiano. La musica è veramente un linguaggio universale.

Per quanto riguarda le differenze, penso che in Italia ci sia un certo senso di inferiorità, ci facciamo un sacco di problemi. In Inghilterra, nessuna delle recensioni avute ci ha buttato giù, non siamo stati criticati perchè suonavamo in modo molto simile ad un’altra band, mentre in Italia c’è quasi una caccia al tesoro per cercare la band a cui ti rifai e di conseguenza denigrare il tuo prodotto. In Inghilterra si punta più al talento ed è difficile trovare un disco con un voto basso perché il gruppo fa riferimento agli Smiths o ai Muse.

 In questo album c’è anche la partecipazione di Pier dei Velvet nel brano “Satellite”.

Abbiamo sempre ammirato i Velvet e Pier ha una bellissima voce, inoltre, abbiamo gusti musicali molto simili. Quando abbiamo registrato “These Days” abbiamo avuto la fortuna di essere ospiti a Radio2 (Rock and Roll Circus) e ci siamo conosciuti di persona.

Così quando abbiamo scritto dei demo glieli abbiamo inviati per chiedere se volesse collaborare e non ci aspettavamo che dicesse di sì. Siamo andati con il nostro produttore Tony in uno studio vicino Roma e lì Pier ha registrato i vocals. Il brano è fenomenale, ci piace tantissimo, uno dei più belli mai fatti, secondo noi non ha avuto il successo che meritava, però adesso usciamo col disco e vediamo che succede.

Ci sarà una anche una versione in vinile di “Event Horizon”. Che rapporto hai con questo oggetto?

Esatto! Abbiamo prodotto due versioni: una nera e una fluo di colore giallo. Inoltre, c’è anche il formato in cassetta che sta tornando in voga ed è il feticcio del collezionista vero.  Noi ascoltiamo principalmente solo in vinile e in Inghilterra è anche un mercato molto florido e compro molto anche nei negozi per sostenerli.

Ho ascoltato il mio primo disco degli Oasis a Londra, avrò avuto 12 anni, e ho comprato il vinile 7 pollici Supersonic. Ricordo che ero a Tower Records, che non esistono più a York, e ho incontrato casualmente Paul Arthurs degli Oasis e me l’ha firmato per strada. È il ricordo più caloroso che ho.

Irma Ciccarelli