Zenga che caccia la palla in angolo e si frantuma a terra. Jean Alesì che piega il casco infilando una curva. Clint Eastwood che digrigna gli occhi al sole. Il rinculo del polso di Larry Bird prima del “ciuffo”. Lo scodinzolamento della racchetta di “boom boom” Boris Becker che si accinge a battere.

Una serie di gesti tutt’altro che clamorosi, spesso minimali, capaci però di catapultarti in un istante in universi dai confini noti e dai colori appassionanti, quelli del pallone, delle macchine da corsa, del cinema, del basket o del grande tennis. Gesti compiuti da grandi di quei mondi, anche se forse non i più grandi.

Ieri sera ho vissuto dal vivo qualcosa del genere: ho visto un certo Mark Knopfler chinare il capo, serio, e controllare la posizione delle dita sulla chitarra, prima di partire con un riff folk-rock. Quel gesto, semplice e pacato, mi ha generato brividi da scartavetrare la schiena, gettandomi in un istante in uno degli universi più suggestivi e appaganti tra quelli generati dall’uomo: la Musica (maiuscola decisamente voluta).

Musica: termine soave ed evocatore, nobilitato nei secoli dalle opere di menti superiori e troppo spesso, oggi, svilito. Vilipeso da gente che non avrebbe titolo nemmeno a fregiarsi della qualifica di fruitore di tale arte ma che, per un curioso accidente della modernità sul quale ora non mi interessa questionare, si ritrova a riempire i palasport.

Mark, invece, settanta anni quasi suonati, grigio e un po’ ingobbito, ieri ha riempito l’Arena di Verona, anfiteatro con cui il 6 in pagella è quasi preso a prescindere. Non aveva la fascia in testa, per la cronaca, quella dei tempi in cui era tra i più grandi del mondo con la M. Evidentemente non vuole apparire la caricatura di se stesso e tutti noi appassionati della nobile arte, ma altresì dotati di buon senso, gliene siamo grati.

Non posso dire sia stato tutto perfetto, anzi. Le dita del menestrello sono meno sciolte di un tempo sulla tastiera e suoni, dinamiche e volumi hanno dato qualche gioia a chi come me se non trova il difetto va via non del tutto appagato. 11 persone sul palco, troppe, 16 canzoni in tutto, poche, 5 dei Dire Straits, decisamente troppo poche.

Come fare a riempire 2 ore abbondanti di spettacolo? Innanzitutto dedichi tre minuti a ogni componente della band nelle presentazioni, e mezzora l’hai messa in dispensa. Poi assoli di sassofono che nemmeno Fausto Papetti e finali con code infinite, per un mood complessivo che definirei, per rispetto, “flemmatico”.

Eppure la grande notizia è che io, non un estimatore del genere, non mi sono annoiato. E ci aggiungerei anche un “per niente”, che fa colore. Sarà stata la cornice (ma con le chiappe sullo stesso marmo ho dormito per Van Morrison e Path Metheny, e di gusto per di più), oppure quella voce che è una stufa a pallet, o forse l’entusiasmo con cui Mark ci ha raccontato aneddoti della sua vita da sfigato prima della fama, o della sua voglia di continuare in eterno a riempire templi dell’arte di gente che lo adora, una droga difficile da defenestrare.

Non conoscevo la maggior parte dei brani, ma sono scivolati via come l’acqua sul marmo (cit.). Quelli noti, invece, mi hanno spettinato. Tra questi cito “Romeo & Juliet”, melodia immortale ispirata a vicende ambientate proprio lì a Verona, che ci ricordano che l’amor vero, se esiste, altro non può che finire in tragedia. Poi, vabbè, con “On Every Street” e “Money for Nothing” tutti in piedi e a momenti viene giù il rudere, ma la cosa non fa grande notizia, me ne rendo conto.

Ho gente che lavora con me, giovane quanto basta a insegnarmi i trucchi per la Privacy dei social network, che non sa chi sia Mark Knopfler.

Questo deve fare riflettere. Io rifletto già troppo, quindi magari per questa volta passo, ma il dato di fatto è sconcertante, ai miei occhi. Eppure l’Arena era piena, ho visto gente piangere, accolto commosso slavine di brividi e, in definitiva, assistito a un concerto di gran classe di un totem di altre generazioni che ancora lavora per mantenere quella M maiuscola il più a lungo possibile.

Concludo ottimista e positivo, quindi, perché la Musica vera, coi suoi piccoli gesti e le sue grandi melodie, è ancora lì a portata di mano, e ciò mi riempie di gioia.
Noi, come tutte le altre bestie, siamo nati e ci siamo evoluti con un unico fine conclamato: riprodurci e garantire la prosecuzione della specie.

Il fine della Musica, invece, la più grande invenzione dell’uomo, è altrettanto palese e non meno nobile, a mio giudizio: garantire terapia emozionale.
Mark Knopler, in questo, è un professorone, di quelli bravi, e io che prima lo sospettavo, da ieri ne ho le prove.

Vito Franchini