(intervista a cura di Davide Di Cosimo)

Maestro Pellegrini, già chitarrista degli Zen Circus, ci presenta il suo brano “Cent’anni”, dopo “Boxe”, secondo estratto del suo disco di prossima uscita. Al brano hanno collaborato Appino degli Zen Circus e Giorgio Canali.

Maestro Pellegrini: “la solitudine di cui parlo io non è indotta”

Ciao Maestro, quanto sei legato e Cent’anni?
Ho scelto questo perché è uno dei brani più importanti anche se ognuno ha la sua personalità e su tutti e nove ci ho lavorato molto, anche se questo secondo me è uno di quelli che mi è riuscito meglio sia a livello di sonorità nella sua realizzazione e rifinitura.
Qualche mese fa ho fatto uscire Boxe che è uno degli ultimi brani che ho scritto, mentre questo è uno dei primi, anche per far denotare la differenza di produzione. Sono due facce diverse di un disco che si muoverà tra i colori di questi due album.

In Cent’anni ci sono due presenze importanti come Appino e Giorgio Canali.
Sì, a favore di Cent’Anni sicuramente c’è la presenza di Appino degli Zen Circus, band di cui faccio parte ma dove sono il fratellino più piccolo. Ma per me lui, oltre a essere un amico, è stato un punto di riferimento nel momento dove decisi di fare della musica il mio lavoro, cosa che sconsiglio a tutti.
Ero a Livorno con lui, avevamo obiettivi comuni ma lui era ovviamente molto più avanti di me e lo è ancora. Per me è un grandissimo artista.
Boxe è uscito senza una programmazione, Cent’anni è un vero e proprio singolo e ci tenevo a questa canzone dove lui è presente. Oltre a lui c’è Giorgio Canali, era il più adatto a cantare l’ambivalenza di “faremo troppi dischi per campare fino a cent’anni”.
Sono stato molto felice che lui abbia accettato, ricordo qualche mese un viaggio di ritorno da un paese del Lazio dove lui aveva fatto una data e anche io e si è offerto di accompagnarmi a Bologna in macchina e voleva ascoltare il disco ma io ero terrorizzato.
Al terzo pezzo ancora non mi aveva offeso quindi ho pensato gli piacesse, da lì gli ho fatto questa proposta che lui ha accettato con molto piacere.

Cosa c’è dentro Cent’anni?
Cent’anni ha dentro il tema della solitudine che è una tematica molto attuale per la situazione che stiamo vivendo, ma quella che intendo nella canzone è quella condizione del processo creativo che del processo di crescita.
L’ho scritta staccandomi da Livorno, la mia città, per andare a Padova e ho lasciato tutta una serie di affetti accorgendomi della necessità di partire sentendomi però più solo di prima.
La solitudine che viviamo ora è una solitudine diversa, è indotta da un’emergenza. Le persone mi dicono che ci si riconoscono anche in questo periodo.

Il video è molto essenziale, da dove viene fuori?
C’era l’idea di fare un altro tipo di video che non è stato possibile girare. Ho deviato su un contenuto che avevo. Guardandolo all’inizio della quarantena rappresentava molto la situazione e ho unito l’utile al dilettevole.
Avrei preferito fare un videoclip normale, ma in fondo può essere un messaggio importante che passa da quel video solitario.

Puoi anticiparci qualcosa sul nuovo disco?
Sì, il disco è finito, abbiamo finito di mixarlo a distanza. Abbiamo registrato allo studio di Andrea Pachetti dove abbiamo registrato anche gli ultimi due dischi degli Zen Circus. Abbiamo prodotto il disco insieme io e lui. Nella produzione abbiamo coinvolto poi dodici musicisti, ora sono molto fiero, ma è stato davvero faticoso.
È un primo disco anche come produttore di me stesso, il lavoro era tanto.
Abbiamo finito a distanza ma ci premeva finire.
Tutte le canzoni sono state scritte al pianoforte. Sembra un dato trascurabile ma non è così. Lo strumento condiziona un po’ la scrittura, il pianoforte permette di lavorare sull’armonia in modo diverso dalla chitarra. Ho quindi lavorato sull’armonia classica o vecchia maniera alla Tenco, alla canzone italiana degli anni settanta o dal jazz o dagli accordi a quattro note, una scrittura un po’ più accademica.

 

E la produzione?
Nella produzione abbiamo invece cercato di stupirci, potevamo andare nella direzione degli anni settanta e nel procedere verso un disco acustico, invece è nel versante opposto, di lavorare sull’elettronica, sugli effetti, le ritmiche sono quasi vicine all’hip pop americano moderno e si sente anche in Cent’anni.
I testi sono un po’ la vera chiave di questo disco. ho voluto fortemente questo lavoro per raccontare me stesso. Le canzoni sono un ottimo strumento di autoanalisi ed è un po’ il motivo di questo disco.
Negli altri progetti curo di più gli aspetti musicali, dell’esecuzione o dell’arrangiamento, ma mai quello della tematica. Con questo disco ho avuto modo di poter dar voce all’aspetto creativo non solo musicale ma anche poetico, dove avevo l’esigenza di guardarmi dentro. è un disco intimo, ci sono molte persone a cui tengo tanto, e la vita che ho fatto negli ultimi dieci anni.

Questo periodo ha stravolto la promozione dell’album?
Considera che il disco doveva uscire a maggio, ma abbiamo deciso di posticipare tutto per ovvi motivi. È un lavoro che reputo molto importante che avevo paura di buttare via, ma mi sembrava importante questo singolo come il prossimo che pubblicherò a metà giugno e il disco a settembre.

Fai parte degli Zen Circus, hai collaborato con Nada, Motta e tanti altri di un certo stile musicale differente dal resto. Ti senti parte di qualcosa che senza di voi non ci sarebbe?
Il mondo della musica è molto particolare. la strada sai dove inizia e non dove finisce. Scelsi di fare il musicista di lavoro dieci anni fa grazie a una agenzia di booking che era la stessa di Motta e nel 2009 aprivamo i concerti degli Zen. Abbiamo tutti creato una piccola scena per aiutarci a vicenda e si è creata una coesione tra di noi e con l’agenzia.
Certo nessuno si aspettava tutto quello che è successo.
Non mi sentirei di dire che, come in altri ambienti, una volta che hai preso la poltrona sei a posto, nella musica puoi raggiungere picchi incredibili o ricominciare tutto da capo.
Non ho aspettative se non quella di poter fare nella vita quello che mi piace con le persone con cui voglio farlo.

Domanda di rito: che rapporto hai con il vinile e il disco che ti ha cambiato la vita?
Bello! Non sono un collezionista, Ufo degli Zen Circus è un grandissimo collezionista. Il vinile è forse il formato più bello di sempre. Per il mio disco faremo di certo un vinile, verrà fatto un pre-order e poi li stamperemo e stiamo valutando anche di pubblicare un 45 giri.
Se mi chiedi un vinile non posso non menzionare quello dei Velvet Underground.
Forse ognuno di noi dovrebbe averne uno a casa e anche la copertina di Andy Warhol non rende sul cd.
Il vinile è più evocativo.