(Foto di Giovanna Onofri)

Galeffi  torna con un nuovo album dal titolo Settebello, disponibile su tutte le piattaforme digitali a partire da venerdì 20 marzo. Per le versioni fisiche, come il vinile, la data è ancora da definirsi date le attuali circostanze.

Lo abbiamo intervistato per sapere qualcosa in più su questo progetto, in cosa sia cambiato sia per la parte musicale che per i testi. Un consiglio? Ci suggerisce di ascoltare attentamente…

Galeffi, Settebello: l’intervista

Il nuovo album si intitola Settebello: cosa troviamo di nuovo e cosa invece c’è del tuo modo di fare musica anche in precedenza?

Credo di essere cambiato molto, prima di tutto come essere umano. O meglio, sono sempre rimasto me stesso, ma sono cresciuto. Settebello esce adesso, a marzo, mentre Scudetto è uscito a fine 2017, quindi sono passati quasi due anni e un paio di mesi tra un disco e l’altro. Non è poco considerando come altri miei colleghi fanno uscire un disco ogni anno e mezzo, ma questa è una mia scelta.

Il primo disco è sempre un jolly, per tutti, lo fai, ma non sai mai come andrà, invece Settebello, questo nuovo disco è un’opportunità, una responsabilità e anche un privilegio. Questi tre aspetti mi hanno stimolato molto a produrre il lavoro migliore che potessi fare. Per fare le cose al meglio serve tempo: mi sono chiuso a lavorare finché non sono stato contento di ciò che ne è venuto fuori.

Il primo brano che hai composto e quale quello che ha segnato il punto?

Il primo brano che ho composto è stato Grattacielo, subito importante perché molto diverso dal primo Galeffi e per questo mi ha convinto all’istante. Quando ho iniziato ad avere una decina di canzoni che mi piacevano mi sono detto “Ok, il disco c’è, devo solo entrare in studio e registrarlo”. Prima ho fatto le demo di tutti quanti i brani, qualcuno non è rientrato nel disco, ma magari lo riprenderò più avanti, ci devo pensare.

Nel brano Settebello c’è una frase: “Siamo sempre in fila, in fila indiana per sparire”. A cosa ti riferisci?

Questo per me è un brano esistenziale, è una riflessione sull’io, sulla vita e sulla morte. Stavo pensando al fatto che siamo sempre a fare le file, ma il tempo che buttiamo a fare le file (soprattutto a Roma nel traffico, al di là del colore della pelle o del ceto sociale, l’unica certezza che noi abbiamo da quando si nasce è che moriremo.

E poi segue “e intanto dammi un bacio che il resto non conta”, ovvero dato che moriremo, adesso godiamoci le cose più importanti che abbiamo, gli affetti, l’amore, lo stare con le persone giuste, chiudere gli occhi e lasciarsi andare.

Hai quindi scelto il titolo proprio facendo riferimento al brano Settebello per sintetizzare il messaggio di questo album?

Sì, ho scelto il titolo Settebello perché mi piaceva per quell’immaginario. Quando ho dovuto pensare a come chiamare questo disco mi piaceva il messaggio del gioco Settebello: nello scopone e nella scopa è la carta più preziosa, una carta rara che ti capita una sola volta, anzi non tutte le volte che si gioca. In sintesi, è una carta preziosa, che emerge nella conta in mezzo a tante che non contano nel mazzo di carte. Vorrei che nel mazzo di dischi del mercato discografico, il mio possa essere il più prezioso.

 Quali pensi siano i punti di forza di questo album?

Aver sperimentato molto e aver composto un album con tanto cantautorato, c’è del rock, del pop, del jazz, del blues, di tutti i colori ed è stata una scelta coraggiosa perchè potevo benissimo fare un disco simile al primo per stare tranquillo nella mia comfort zone e invece non mi andava, volevo fare una cosa diversa da me e dagli altri.

Un altro brano dell’album è “America”. Ci sono riferimenti alla scuola genovese, per esempio Paolo Conte. Cosa hanno da insegnare ancora oggi i grandi cantautori in un’epoca in cui la musica si sta affacciando a nuove sonorità, in una comunicazione diversa sia nei testi che nelle musiche?

Il fatto di essere per sempre, di essere immortali. I grandi artisti sono coloro che hanno lasciato canzoni che dopo tanti anni riescono ad essere belle, attuali e che arrivano. Ed è un po’ anche l’obiettivo di questo disco, o meglio, nel mio piccolo.

Poi magari ho fallito, ma la mia ambizione era di fare come i grandi artisti, o comunque per imparare a farlo, per provare a farlo. Li devi studiare, adorare, amare per fare in modo che ti appartengano.

C’è stato un artista in particolare o una serie di artisti che ti hanno influenzato per questo album per le sonorità?

Per quanto riguarda le sonorità posso dire che c’è molta farina del mio sacco e dei due producer del disco che sono Mamakass, un duo di produttori di Milano molto bravi, amanti della sperimentazione, del rischio, del cercare nuove strade, nuovi percorsi, nuove traiettorie, come me.

 La copertina: ci sono le carte e le mani di una donna. Come è stata scelta e cosa rappresenta?

Una volta assodato che il disco si sarebbe intitolato Settebello, mi piaceva che ci fosse la carta in copertina, non da sola, perché volevo creare una storia, una storia misteriosa, di magia, e quindi ci è venuta in mente quella foto lì.

Mi s’intravede nello specchio: questo vedo non vedo, questa situazione onirica e circense mi emozionava e mi dava una scossa.

Il videoclip da un po’ di tempo è considerato ormai una forma d’arte. All’interno della tua produzione musicale e del tuo processo creativo quanto conta il videoclip?

Sono la persona peggiore a cui fare una domanda del genere [ride]. Essendo molto amante della musica, i videoclip altrui non li guardo, ho di fronte a me due proposte: quella visiva e quella musicale e non riesco ad essere attento alla musica.

Ma facendo questo lavoro devo fare i videoclip, quindi trovo un compromesso, cerco il modo più giusto per presentarmi e farmi vedere per arrivare al pubblico con un altro tipo di messaggio, che è quello delle immagini anche a chi ti ascolta.

Il video di America lo avevo un po’ pensato, con il richiamo a LaLaLand. Ma comunque mi piace vedere come si contaminano la mia canzone e l’idea della canzone da parte del regista. A meno che io non abbia un’intuizione, ogni volta che mando una canzone sono poi curioso di leggere lo script, le idee o le reference del regista perché magari molto spesso io non le avrei mai pensate.

Di questo album c’è anche la versione in vinile. Hai un ricordo particolare legato a questo oggetto, qual è il tuo preferito?

Sì, il vinile arriva molto di più perché è un formato così suonato, così antico. Sono un amante: colleziono vinili e li ascolto. Ho tutti i dischi dei The Beatles, anche originali dell’epoca trovati ai mercatini, di David Bowie, ma li amo tutti, non ne ho uno preferito.

Inoltre, David Bowie rientra nei miei top five: ho tutti i suoi dischi e credo che l’ultimo disco, Black Stars sia gigantesco! Infatti, ce l’ho in tutte le versioni, anche quelle limitate e ovviamente in vinile! E proprio a proposito di Bowie, suggerisco di ascoltare attentamente uno dei brani di questo album che è “Bacio illimitato”.

Poi, se si è fan dei The Cure, suggerisco Tre metri sotto terra in cui c’è una semicit di Boy don’t cry.

Irma Ciccarelli