(Intervista a cura di Irma Ciccarelli; Foto di Federica Sasso)

La voce umana è il titolo del nuovo album di Francesco Sacco: un viaggio interiore che ha avuto inizio con l’ultimo brano nella tracklist, a ritroso quindi per chi ascolta, con l’introduzione di un monologo con la voce dell’attrice Anna Magnani.

E mentre il titolo richiama il mondo teatrale di Jean Cocteau, la struttura dei brani si fa ispirare dal cantautorato, con riferimenti a Franco Battiato e ai Bluvertigo (tra le caratteristiche, il ritornello non è presente).

In questa intervista per i lettori de Il Terzo Lato del Vinile, Francesco Sacco ci racconta di come è nato questo album, tra viaggi interiori, della presenza di grandi talenti nella musica e della mancanza di coraggio della discografia italiana.

Ma non solo, fate un salto sui nostri canali (Instagram, Facebook  e Youtube) per vedere e ascoltare cosa ha preparato per noi Francesco Sacco.

Francesco Sacco: “I testi hanno un flusso di coscienza”

Inizierei parlando del tuo album “La Voce Umana”: è il risultato di quali esperienze? Cosa va a sintetizzare del tuo percorso artistico?

Innanzitutto, è un album fortemente autobiografico, c’è tantissimo di me, del mio vissuto personale. Parla di relazioni umane (di coppia principalmente) attraverso varie declinazioni: le canzoni esprimono un punto di vista, personale, narrativo e le coordinate spazio-temporali cambiano.

Per esempio, “L’invenzione del Blues” è una canzone che parla di adolescenza, quindi di un amore più immaginato che altro, come è normale che sia in quel periodo della vita, vivendo in buona parte nel mondo dei pensieri, dell’immaginazione, dei viaggi mentali e si fanno un sacco di film.

Invece, “A te” è la canzone dell’amore presente, parla del rapporto che sto vivendo. Ancora, “Berlino est” parte da una discussione, da un piccolo litigio di coppia, prende l’immagine del muro di Berlino come metafora della divisione, della incomunicabilità fra due soggetti.

Il titolo invece? È ispirato ad un’opera di Jean Cocteau…

Esatto, ad ispirare il titolo è stato Jean Cocteau. Inoltre, è presente un monologo in cui la protagonista è al telefono col suo amante, che la sta per lasciare, si sfoga e ripercorre la relazione che sta vivendo e svolgendo al termine. Questo monologo è una forma di autoanalisi ed è la versione interpretata da Anna Magnani, grandissima attrice italiana.

Questa è un’immagine che mi è piaciuta tantissimo, che ho trovato simile a quello che ho fatto con l’album perché è stato un percorso di autoanalisi anche per me, di quello che sono stati e che sono il mio panorama emotivo e relazionale.

È una sorta di ritratto del mestiere del cantautore che alla fine parla al telefono da solo nel momento in cui scrive, chiaramente attingendo da materiale autobiografico, personale. È sempre lì che si guarda allo specchio e trae conclusioni, esorcizza mostri e fantasmi o parla anche del bello che può esserci del presente o esserci stato. 

Qual è stato il suo processo di scrittura?

A livello di scrittura, è stato un processo abbastanza breve: i primi brani li ho scritti 2 anni fa ed è durato tutto 8/10 mesi, compresa la registrazione. Abbiamo aspettato molto a pubblicare (un po’ per peripezie varie con editori, etichette) e ci siamo chiesti se fosse stato il caso di farlo. Ma alla fine, visto che i primi singoli sono usciti in questo periodo di lockdown, abbiamo deciso di andare avanti.

Hai parlato dell’intro che anticipa quelle che saranno le tematiche dell’album e poi si chiude con il brano il “Lido di Venezia”, mettendo un punto a tutte queste storie, giusto?

Sì, alla fine del disco c’è “Lido di Venezia” che chiude il cerchio, inoltre, è stato il primo brano che ho scritto in ordine cronologico, quindi è una specie di percorso a ritroso: quello che è la fine per l’ascoltatore è stato l’inizio per me. Al “Lido di Venezia” è dove ho iniziato a scrivere: un periodo di calma piatta, dove avevo tantissimo tempo dopo una fase super concitata a Milano.

Mi sono trasferito a Venezia e per tre mesi ho vissuto una quotidianità fatta di piccole cose: un condominio con vicini pensionati, portavo fuori il cane, andavo a far la spesa. Lì, ho iniziato a osservare, buttare giù, nero su bianco prima e in musica dopo quello che era la mia esperienza allora, passata e poi futura.

Un’altra domanda sempre per quanto riguarda la struttura e la scelta della scaletta della tracklist: segue un pensiero ben preciso, i brani sono stati immessi in quell’ordine per un determinato scopo?

È un insieme di due fattori, sicuramente c’è un filo tematico che procede: più o meno i brani in fondo alla tracklist sono i più vecchi che ho scritto, quelli iniziali sono più recenti. L’ascoltatore può fare un pochino questo gioco di flashback, dagli accadimenti più recenti della mia biografia a quelli più vecchi.

Poi, c’è anche una necessità di tipo musicale, compositivo, per cui i brani si susseguono con un senso che è principalmente quello del piacere dell’ascolto, per cui un tema sfocia bene in un altro (hanno quasi tutti delle chiuse abbastanza incisive).

Non è un format contemporaneo dove si lavora soprattutto sui singoli, ma ho usato un approccio un po’ più anni 70: non è un concept album (non ha una narrazione lineare), però sicuramente i brani in quell’ordine hanno un senso, c’è una consequenzialità studiata, sia a livello tematico che musicale, di arrangiamento.

A livello musicale, anche strumentale, cosa ritroviamo in questo in questo album?

È un album molto ibrido: ho tante influenze molto diverse fra loro e potrebbe essere difficile mettere d’accordo anime molto diverse.

C’è una struttura da brano cantautorale, di quei cantautori anni 50-60, per cui tanti brani, per esempio, non hanno il ritornello, ma un giro di accordi che si ripete con il testo, con gli strumenti della musica pop oltre ad un uso importante dell’elettronica, dovuto sia ad una scelta stilistica che ad una banale necessità in quanto avevo con me una semplice tastiera e un pc.

I testi hanno un flusso di coscienza, in alcuni di questi, ci sono un po’ di strumentini “strani” e fuori contesto come il clavicembalo in “Maria Maddalena”.

Hai citato spesso il brano “Berlino Est”: ci sei mai stato?

Sì, sono stato più volte sia per piacere che per lavoro. Il riferimento del brano non è esplicitamente politico o storico, non è legato all’esperienza della Berlino divisa, ma è un approccio metaforico: avere delle immagini in testa mi ha aiutato a visualizzare ciò di cui parlavo.

Berlino è una città che ha un sacco di fermento culturale: non hanno mai smesso di ricostruire dalla fine della guerra mondiale, quando era completamente crollata e massacrata, sembra che non abbia mai smesso di ricostruire e questo grazie al suo impulso vitale.

È una città che ha tantissimo, è una rivelazione: il suo potere è la capacità di far visualizzare una sensazione con un’immagine ed è per questo che è la città più citata dal cantautorato.

 Parlando proprio di cantautorato, tra i tuoi riferimenti ci sono Battiato e i Bluvertigo.

Esatto. Fino ad una certa età, ho ascoltato soprattutto musica non italiana: tante volte c’è il pregiudizio che sia “povera” a livello di testi, che parliamo sempre di amore, la canzone sanremese classica.

Quindi, l’ascoltatore di quindici anni va ad ascoltare i gruppi inglesi, la musica americana, la musica estera. Inoltre, parto da un background di musicista, non mi consideravo un cantautore, anche se scrivevo i miei testi e questi hanno sempre avuto un valore fortissimo.

Quindi, ascoltare “quel tipo di musica italiana” mi allontanava, ma poi ho scoperto gruppi come i Bluvertigo e poi Battiato, il padre putativo di Morgan.

Mi hanno completamente aperto gli occhi sull’uso della lingua con una struttura musicale elaborata, la complessità e la capacità di colpire, di avere anche la carica innovativa della musica internazionale. Per me è stato un “risveglio” e ho pensato: “Ok! Posso usare la mia lingua, Wow!”

Secondo te, perché i Bluvertigo non sono stati considerati abbastanza nel panorama musicale italiano, nonostante le innovazioni che apportavano, avendo, invece, più riscontro negli Usa, per esempio?

Perché erano troppo avanti! Al mercato musicale non sono mai mancati i talenti, ma il coraggio sì: appena fai qualcosa che non è standard vieni etichettato come “strano” ed è poco vendibile. Ad esempio, l’indie è stato un piccolo vagito: ha portato quello che prima era strano, tutto il mondo dell’indipendente, in primo piano.

Poi, chiaramente come tutte le cose che arrivano al “pubblico di massa”, entrando nelle leggi del mercato e in altre dinamiche che prescindono dal percorso artistico di una persona, si “perdono”.

I Bluvertigo sono stati fra le tante vittime di questo ragionamento: “siete strani e quindi non puntiamo su di voi, anche se siete molto bravi non sfonderete mai”. Capita a molto gruppi che sono un po’ più particolari, con una ricerca che va oltre gli schemi e gli standard tradizionali.

Il mercato internazionale è più “sano” e banalmente girano più soldi, mentre quello italiano propone il ragionamento opposto: “sento una cosa che è nuova e inedita, non mi viene in mente niente di simile, faccio fatica a venderti, faccio fatica a piazzarti”.

Per cui sicuramente i Bluvertigo sono arrivati con l’astronave degli anni 90 proponendo questo mix pazzesco fra elettronica, Duran Duran, David Silvian e una scrittura cantautorale, con tutta la cura che ha Morgan nel rileggere anche il cantautorato classico italiano, Umberto Bindi, Tenco, Endrigo, tutti loro.

Allora, perché hai scelto di fare un disco in questo modo?

Credo che questo sia un po’ quella che chiamano la maturità: ho scritto tantissimo e prodotto in inglese, ma ad un certo punto ho fatto pace con la mia collocazione geografica.

Non tutti vanno a leggersi e tradursi i testi, è una cosa da appassionati della musica, da ascoltatori attivi che sono abituati ad ascoltarsi uno, due, tre dischi a settimana, mentre l’ascoltatore occasionale (non è da “snobbare”) non lo fa.

Contemporaneamente, ho un animo pop: mi colpisce, mi commuove vedere le persone che si identificano nelle canzoni fatte bene, nel grande pop e il grande pop italiano è il cantautorato.

La tradizione cantautorale è il pilastro della musica italiana, quindi mi piaceva l’idea di fare un tentativo in questo, così ho cominciato a scrivere e a lavorare a quest’album “senza aspettative” (già il fatto che i due singoli iniziali non abbiano il ritornello, la dice abbastanza lunga su quanto io abbia pensato alla sua vendibilità). Ho provato a scrivere completamente senza limiti, cercando di dare una cornice abbastanza pop a modo mio, che piacesse a me.

C’è uno spazio per fare le cose per intenditori, che nel mio caso è un altro, è uno per l’ascoltatore occasionale: mi piaceva l’idea di arrivare, di colpire e far riconoscere tutti in quelle parole, nella melodia, in quella linea di chitarra, di piano, di theremin. Mi ha appassionato e, in qualche modo, mi ha detto qualcosa su di me.

Battiato, alla fine, ce l’ha fatta a fare quello che voleva e ad essere il primo coi sintetizzatori in Italia, ad essere avantissimo sotto ogni aspetto e arrivare a dei successi notevoli. È a quel livello che voglio arrivare.

Non giudico quelli che fanno una scelta opposta, più dettata dal mercato che da necessità artistiche: la scena italiana ha un sacco di belle cose che a volte fan fatica anche ad andare in radio, ad un certo tipo di stampa e a non essere portate avanti per una mancanza di coraggio.

Inizialmente, chi avrebbe scommesso più di 50 centesimi su un certo tipo di Trap? Nessuno! Invece, adesso succede perché è arrivata la tendenza dall’America.

Ascolti la musica in vinile?

Sì, ascolto la musica in vinile! Per fortuna, è passato di moda il cd che era un oggetto bruttissimo, che si rompeva ogni 5 minuti, si perdeva in macchina! È tornata molto la tendenza di stampare vinile, quindi cerco di prendere in questo formato la musica degli artisti che mi piacciono.

Il vinile ti impone un ascolto più profondo, non skippi, non salti le tracce, ma hai un oggetto fisico in mano, giri la copertina, giri il disco quando è finito. Insomma, ti impone un ascolto più attento che è il modo più bello di ascoltare la musica!

Quindi, il vinile potrebbe salvare la musica italiana?

È anche un discorso di mercato, molto complesso, sul quale non mi sento di darti una risposta. Sicuramente, in parte l’indipendente è stato un po’ salvato dal vinile in certi casi. Purtroppo, rimane molto di settore, una cosa che vendi ai concerti.

L’ideale sarebbe non vivere le due realtà come due alternative, cioè il digitale in conflitto con l’analogico e viceversa, ma che si integrano perfettamente. Per cui, di un disco che mi piace mi compro il vinile, poi quando vado a fare la spesa me lo ascolto ben volentieri su Spotify.

Sarebbe perfetto viverle come due mondi complementari senza che uno snobbi l’altro, senza che il mondo del vinile rinunci completamente al digitale, come fanno tante band super indipendenti, che magari si stampano solo il vinile e non vogliono esserci su Spotify e viceversa.

Hai un ricordo particolare legato al vinile?

Sicuramente, tra primissimi approcci che ho avuto con la musica sono stati col vinile: da piccolino passavo molto tempo dai nonni e avevano quei giradischi anni ’50 a valigia con le velocità, quelli col perno centrale che mettevi più dischi, venti singoli uno dopo l’altro e te li leggeva automaticamente.

Dopo pranzo, ricordo che ci mettevamo in cameretta io e mio nonno e ascoltavamo un po’ di tutto, ma principalmente Buscaglione. Mio nonno era un fan e, quando Buscaglione è morto, è andato al negozio di dischi sotto casa e ha comprato tutto quello che avevano di lui, aveva praticamente tutti i 45 giri!

Tra l’altro, mio nonno non c’è più da poco, mi son portato a casa un po’ di dischi che aveva lui fra cui Buscaglione e la Rapsodia in Blue di Gershwin che ascoltavamo insieme. Questo è forse il mio ricordo preferito sul vinile.