(Intervista a cura di Irma Ciccarelli)

Abbiamo intervistato Dodi Battaglia in occasione dell’uscita di “Perle 2”, l’album live dei brani che hanno composto “Perle 1” con l’aggiunta di un inedito nato dalla collaborazione con Marcello Balena: Sincerity.

Un’edizione limitata e autografata, con un libretto di 20 pagine: il tutto custodito in una confezione digifile in cartone a tre ante in linea con lo stile grafico del precedente album “Perle” che, nel 2019, è stato tra gli album più venduti in Italia.

I brani di  “Perle 2”: 

  1. Comuni Desideri (Musica: Dodi Battaglia – Testo: Valerio Negrini)
  2. Tra La Stazione E Le Stelle (Musica: Roby Facchinetti – Testo: Valerio Negrini)
  3. Diritto D’amare (Musica: Dodi Battaglia – Testo: Valerio Negrini)
  4. Bella (Musica: Roby Facchinetti – Testo: Valerio Negrini)
  5. Dialoghi (Musica: Dodi Battaglia – Roby Facchinetti – Testo: Valerio Negrini)
  6. Lascia Che Sia (Musica: Roby Facchinetti – Testo: Stefano D’Orazio)
  7. Per Una Donna (Musica: Roby Facchinetti – Testo: Valerio Negrini)
  8. La Città Degli Altri (Musica: Roby Facchinetti – Testo: Valerio Negrini)
  9. Lei e Lei (Musica: Dodi Battaglia – Testo: Valerio Negrini)
  10. Danza A Distanza (Musica: Dodi Battaglia – Testo: Valerio Negrini)
  11. Sincerity (Musica: Marcello Balena E Dodi Battaglia)

Dodi Battaglia: “Il vinile fa parte della mia storia”

Cosa l’ha spinta verso la realizzazione di “Perle 2”?

Una serie positiva di eventi. Il motivo che mi ha spinto a fare “Perle 1” è stato una richiesta da parte del pubblico, già da prima che i Pooh si sciogliessero. A fine concerti, con i fan chiacchieravamo della bellezza di “Uomini soli”, “Chi fermerà la musica”, “Ho tanta voglia di lei”, “Pensiero”, ma mi chiedevano sempre il perché dell’esclusione di altri brani. Una serie infinita di pezzi, meno eclatantemente famosi, ridondanti o popolari, ma non per questo meno importanti sotto un profilo tecnico, né tanto meno di spessore artistico. Quando i Pooh si sono sciolti ho preso al volo questa idea, non mia, ma di chi è venuto a vedere il tour di due anni fa: sold out e poi bissato e che avrebbe dovuto concludere adesso a marzo. Nella prima parte di “Perle” ho registrato un live a Roma, all’auditorium, un cd doppio.

La stessa cosa per “Perle 2”, ma mi sono scontrato con il fatto che tre concerti sono stati annullati/posticipati causa pandemia. Sarebbero stati a Milano, Verona e Brescia, dove avrei dovuto incidere questo disco live. Ma ho voluto fare di un problema un qualcosa di positivo: ho riascoltato le registrazioni fatte nel corso del tour e preso il meglio di 5/6 concerti registrati. Mi ha dato la possibilità di attingere non da un solo concerto, diventando una specie di “Best of” e portandolo a una qualità straordinaria. Solitamente andavo a mixare a Verona con il mio tecnico di fiducia, ma non potendo spostarsi ognuno di noi ha svolto il proprio lavoro dal proprio studio (lui a Verona e io a Bologna), ma tecnicamente affinandolo moltissimo.

I primi commenti sono positivi ed entusiasti, in classifica l’album è tra i primi dieci, considerando le prime quattro posizioni sono giustamente di Ezio Bosso. Inoltre, ho voluto inserire nell’album un brano jazz propostomi da un gruppo di musicisti fantastici con a capo Marcello Balena, grandissimo sassofonista. Un paio di anni fa ho preso una laurea in chitarra jazz di secondo livello, non ho potuto rifiutare. Ho voluto intraprendere un percorso musicale in cui la gente non è abituata a riconoscermi, ma non per questo meno bello o meno importante. Abbiamo deciso di devolvere gli introiti di questa collaborazione a un’associazione dell’Emilia-Romagna che si occupa di trovare fondi per il reperimento di mascherine e respiratori, per l’emergenza covid.

E, come ha dichiarato, in “Sincerity” ha avuto la possibilità di cimentarsi con il jazz. Qual è la situazione ad oggi dei chitarristi jazz?

Fare jazz è una vocazione, come fare il musicista: quando ero piccolo mi chiedevano cosa volessi fare da grande e rispondevo il musicista, mi ripetevano “no, ma di mestiere”. La nostra è una categoria di senza fissa dimora, di gente che non sa cosa siano le tasse, i contributi, l’Enpas, le associazioni, le iscrizioni. Riconosco che c’è un po’ la fretta di chi è sempre pronto a partire con un nuovo concerto e non ha tempo né voglia di mettersi a guardare mail e scartoffie, non è cialtroneria o pressapochezza. Spesso molti di noi dimenticano questi loro diritti. Essere oggi un musicista già è complicato, essere un musicista jazz lo è ancora di più, perché si entra in un clima e in un mondo molto ristretto, fatto di piccoli locali dove non ci sono grandi introiti, a parte le grandi manifestazioni. Chiaramente, si apre un orizzonte diverso da quello che è la musica pop di oggi, fatta di brani con tre accordi e mezzo.

Da chitarrista, le chiedo quanto è cambiato il ruolo di questo strumento in questi anni?

In questo momento storico in cui la chitarra ha una duplice valenza, nella musica quella più “da ragazzini” e quella fatta “da casa” col computer, non ha un ruolo importantissimo. Nonostante questo, c’è ancora un bel filone anglofono, e di conseguenza anche italiano, che parte come idea originale nella composizione di questo strumento. Se si scrive un brano con una chitarra che fa da rete, è difficile toglierla e far funzionare il brano, ha una scrittura più canonica e melodica, più simile a quello che faccio io.

Quali sono i punti di forza e non del panorama musicale di oggi? In cosa lo ha visto cambiato rispetto a qualche anno fa?

Oggi, sicuramente, è l’estrema facilità di comunicazione di ciò che noi riusciamo a fare in sala di incisione e negli studi domestici che abbiamo. Ragazzi di 15-16 anni che incidono dischi a casa con un computerino e il giorno dopo vanno prima in classifica con milioni di followers. Questo è l’aspetto positivo dei tempi che cambiano, della tecnologia che aiuta la musica. Il concetto parte di tutti noi, musicisti e fornitori di musica, è che la musica è gratis, la musica è diventata gratis da quando è stata oggetto di trasmissione radiofonica piuttosto che di fruizione o di negozi. Mi ricordo tanti anni fa si entrava dentro i negozi e si chiedeva di fare una bella compilation, e si mettevano in una cassettina i brani migliori. Questo è un lato negativo.

Tutto ha rosicato giorno per giorno quello che erano gli introiti di case discografiche, musicisti, editori e di tutta la filiera. Questo sicuramente non ha fatto bene alla musica, mi domando chi sia la persona al giorno d’oggi che si mette i soldi in tasca e investe 100 o 200 mila euro per fare un disco di uno sconosciuto che magari non vende. Non è facile oggi fare una scelta di questo tipo. È riduttivo, è molto più facile e comodo, per chi fa il discografico, o chi investe nella musica, prendere un prodottino fatto a casa con 3000 o 5000 euro, anziché investire su un grande progetto discografico, nel quale investire centinaia di migliaia di euro. Si tende a investire su 10 prodotti sperando che uno funzioni. Diversamente da come erano i tempi passati, in cui di 10 prodotti se ne sceglieva uno e si puntava tutto su quello.

Parlando di musica rock: cosa hanno avuto i Pooh di diverso, i punti di forza che hanno reso questo gruppo parte della storia?

Un po’ per buona stella, un po’ per talento, hanno avuto e hanno ancora la caratteristica di essere autosufficienti. Siamo autori delle musiche, dei testi, editori di quello che facevamo, creatori delle idee dei dischi. A un certo punto, abbiamo preso in mano, io in particolare, il coordinamento degli arrangiamenti. Eravamo abbastanza autosufficienti, nel bene e nel male. Quando si hanno tutte le forze in campo all’interno di una struttura di gruppo, se tutto questo funziona come ha funzionato per 50 anni sei a posto, non sei a rimorchio di un direttore di una casa discografica o un autore che anziché dare a te il brano, lo porta ad un altro cantante perché in quel momento è più in voga. Scrivevamo, producevamo, investivamo tutto all’interno della nostra azienda, non abbiamo mai dovuto chiedere né consigli, né finanziamenti, né brani, né collaborazioni ad altri artisti. 

La storica collaborazione con Negrini: quali sono stati i punti in comune che hanno permesso di lavorare così tanti anni insieme?

Negrini è stato il fondatore dei Pooh, onore al merito. Un po’ per indole e un po’ per dedicarsi meglio al suo mestiere, decise di lasciare il gruppo e la cosa che ci univa era sicuramente il fatto di abitare a Bologna. Per cui, una volta finiti i concerti o la tournée, si tornava a casa e per noi il fatto di rimanere insieme era qualcosa di naturale. Lui è stato per me il fratello maggiore, mi ha insegnato questo mestiere, come si sta su un palco, come ci si approccia a scrivere una canzone, come ci si approccia alla vita, chi sono le donne, chi sono gli amici. Nei suoi testi si possono leggere tutte queste sfaccettature perché una grande persona come lui non poteva altro che regalati delle sensazioni, delle emozioni e delle informazioni. Era di un’intelligenza pazzesca nonostante fosse uno che “voglia di lavorare saltami addosso”, perdonami il termine [ride]. Come tanti artisti, un po’ di “cialtronaggine” ce l’aveva, indolente, ma quando poi prendeva il via…

Quanto è cambiato il suo modo di ascoltare la musica in questi anni?

Sostanzialmente, non più di tanto: ho seguito l’evoluzione della tecnologia, della possibilità di ascoltare la musica sempre meglio, con impianti di amplificazione sempre migliori, cuffie sempre migliori o studi di incisione. Non metto dei limiti, ascolto musica in macchina dove cerco di avere sempre un bell’impianto, ho la casa invasa di impianti per fruire musica. Ho due belle cuffiette che ultimamente utilizzo sulla panca ellittica o tapis roulant, che con la musica anche qualche compilation che viene fornita da qualche compilatore me la sparo volentieri. Se mi devo mettere a sentire musica, mi metto in cuffia a guardare un bel panorama, mi sento un bel “Concerto in Si bemolle” di Tchaikovsky, che male non fa. 

Che rapporto ha con il vinile?

Ti sto parlando dal mio ufficio di Bologna ed è tappezzato di vinili! Inoltre, sotto casa ho uno studio di incisioni! Il vinile fa parte della mia storia, credo che dei cento milioni di dischi che ho venduto, il 60/70% sono stati venduti originali in vinile, l’altro 30% è stato pubblicato anche in vinile. La prima edizione di “Perle 1” è in doppio vinile, una confezione bellissima, che la gente brama avere. Recentemente, ho scritto questo brano da un’idea di Giorgio Faletti, pubblicato in formato 45 giri. Tutte edizioni andate a ruba, perché il vinile si sa che ha una qualità molto soft come fruizione, meno graffiante di un cd, per l’audiofilo è fantastico.

Presumibilmente, dovrei fare “Perle 2” versione vinile, anzi, sicuramente sì. Nel contempo come Pooh, insieme a Mondadori e Sony, siamo nelle edicole con una bellissima collana settimanale che sta avendo un ottimo successo, al punto che Sony ha richiesto la possibilità di fare l’anno prossimo la stessa cosa in vinile. Siamo vinilati tutti [ride]. In questo momento consiglierei di ascoltare “Parsifal”, il disco più rappresentativo della storia dei Pooh e anche del momento top della vendita dei dischi in vinile.