(Foto di Giuseppe Gradella)

“Che vita meravigliosa” è il nuovo album di Diodato, in uscita il 14 febbraio per Carosello Records. Questo terzo lavoro discografico si configura come un vero e proprio racconto, dell’artista stesso e della realtà che lo circonda.

Diodato ha partecipato e vinto il 70° Festival della Canzone Italiana, in gara nella categoria Big, con “Fai rumore”, un invito ad abbattere i muri dell’incomunicabilità, a farsi sentire, a non soffocare nel silenzio delle incomprensioni, del non detto, dove muore ogni umanità.

Diodato ci ha regalato un’altra meravigliosa pagina della vita, raccontandola delicatamente. Quella delicatezza così diretta che sa farti male: quel rumore assordante del ricordo dei sentimenti, di come ci si sente grazie a quel rumore. Quel rumore che anche se si alza la musica al massimo, anche se si riempiono le giornate è fisso nelle vostre orecchie e nel petto.

Diodato canta con razionalità il vortice emotivo di questo rumore nella quotidianità, consapevolmente si chiede quanto convenga questo rumore, consapevolmente afferma che sa che non dovrebbe farsi trovare senza un ombrello quando c’è il temporale. Sa, ne prende atto di questo rumore e di tutto quello che produce dentro.

Diodato Fai Rumore: la recensione

Sai che cosa penso, Che non dovrei pensare… Che se poi penso sono un animale e se ti penso tu sei un’anima.

I momenti di lucidità non bastano anche se ci si impone di non pensare, di cambiare la direzione dei chiodi fissi. Un comando dettato un po’ dall’orgoglio, un po’ dalla stanchezza e dalla rassegnazione. Ma quanto è sincero? Quanto può durare prima di portare allo sfinimento?

Ma forse è questo temporale che mi porta da te e lo so non dovrei farmi trovare senza un ombrello, anche se ho capito che per quanto io fugga torno sempre a te.

Il temporale: il caos della vita e la voglia di riposare. E con chi se non con la persona che si ama? Ma quando questa non c’è rimane solo una giacca pesante da indossare e un ombrello che possa evitare un qualche episodio spiacevole.

A volte non basta la Sua idea, specialmente quando si è stanchi di mettere tutto in ordine con la massima razionalità, reprimendo ogni sentimento che va a quel rumore, respirando e ripetendo “basta”.

Che fai rumore qui e non lo so se mi fa bene, se il tuo rumore mi conviene, ma fai rumore sì, che non lo posso sopportare questo silenzio innaturale tra me e te…

Quel rumore che fa male, che fa bene. Che fa affogare e respirare. Quel rumore che è più forte di tutti i silenzi innaturali che si impongono in nome de “la cosa giusta da fare”, per prendersi in qualche modo cura di se stessi, per evitare altro male che la fine di una relazione può causare.

Quei silenzi innaturali che si impongono per lasciar andare chi ha scelto di chiudere, quei silenzi che si impongono per non disturbare, per illudersi di dimenticare, ma che risultano innaturali quando si respira l’ossigeno puro che l’altro vi donava.

L’interpretazione di questa strofa, l’intensità, il cambio di tonalità danno libertà a questo vortice causato dal rumore: dalle domande che si pongono razionalmente come se possa convenire o meno, fino all’ammissione liberatrice di non sopportare questi silenzi.

In questa strofa c’è quel momento che prima o poi arriva: ammettere che quella persona fa rumore e non si può fare nulla perché va oltre ogni razionalità e imposizione.

E me ne vado in giro senza parlare, senza un posto a cui arrivare, consumo le mie scarpe e forse le mie scarpe sanno bene dove andare, che mi ritrovo negli stessi posti, proprio quei posti che dovevo evitare…

Senza parlare…c’è la voglia di parlarne? Per dire cosa? Schiarirsi le idee con una passeggiata, che sia in senso figurato o meno, ma tornare sempre lì: in quei posti e ricordi da evitare.

Non è chiaro se sia una prigione o un luogo dove prendere una boccata di ossigeno, quella tregua di quel rumore che fa ripercorrere i ricordi, non a cuor leggero.

Si preferisce il silenzio perché parlarne fa ancora più male. Le parole diventano silenzio rispetto a tutto quello che circola nello stomaco, nella testa, nei ricordi.

E faccio finta di non ricordare, E faccio finta di dimenticare, Ma capisco che, Per quanto io fugga, Torno sempre a te…

Fingere di non ricordare e di dimenticare. Opporsi cercando di mentire ai ricordi sarà inutile perché quel rumore c’è ed è difficile metterlo a tacere.

Che fai rumore qui, e non lo so se mi fa bene, se il tuo rumore mi conviene, ma fai rumore sì, che non lo posso sopportare questo silenzio innaturale tra me e te.  Ma fai rumore sì, che non lo posso sopportare questo silenzio innaturale, e non ne voglio fare a meno oramai di quel bellissimo rumore che fai…

Ed ecco che l’autore torna ad ammettere, ad arrendersi all’evidenza di non poter fare a meno di quel bellissimo rumore.

Irma Ciccarelli