(Foto di Sara Pellegrino X Mine Studio)

“Via del Macello” è un altro singolo che anticipa l’album del duo Diamine, previsto per il 1 Maggio, dal titolo “Che Diamine”. Cosa aspettarsi da questo progetto? Ce l’ha raccontato Andrea:

“Che Diamine” è un progetto per noi totalmente nuovo, non abbiamo mai utilizzato questo linguaggio, una struttura completamente diversa…È stato una specie di salto nel nulla, un ricominciare, un cambiare tela, averne una totalmente bianca. Per noi è stato divertente tuffarci in questo qualcosa di più.

Diamine, “Via del Macello”: l’intervista

Come nasce l’ultimo singolo “Via del Macello”?

Quando ho scritto “Via del Macello” vivevo fuori città, in un paesino nei bosco ai confini con l’Abruzzo. In questo brano parlo di una giornata tipo di una persona con dei dubbi personali e si domanda se quello che prova è qualcosa su cui può fare affidamento o meno, ed effettivamente ci sono tanti “forse”. Bisogna frequentare il dubbio, non averne paura, anche se siamo presuntuosi nei confronti della vita, pensiamo di conoscere, di sapere. In realtà c’è sempre una parte di dubbio, che è la stessa della follia e va frequentata.

La canzone è un bagno in quella situazione di incertezza totale, presa alla leggera, presa nel modo più divertente possibile. Frequentare il dubbio, quindi, significa infilarsi nell’abisso, nel mare, nella profondità di qualcosa che non riesci a toccare, non riesci ad avere, eppure lo stai vivendo. Ci vuole un po’ di coraggio e la canzone lo fa più con incoscienza.

Vorrei che mi spiegassi questa strofa del brano “Via del Macello”: Ma sta di nuovo tremando la terra, mentre vola il drone. Domani forse mi butto. Forse, dovremmo distruggere tutto.

È come una fotografia. La terra trema, si ritorna nel concetto di incertezza, ma il drone ci porta comunque nel futuro, nella continua creazione per andare avanti. Una contrapposizione tra natura e tecnologia, tema che nel disco riecheggia un po’ sempre. Lo stesso è stato scritto in una situazione similare, dove ero circondato dalla tecnologia, ma poi se avessi aperto la porta mi sarei trovato in mezzo alla natura. Utilizzare la musica elettronica, di fatto fredda e desolante rispetto alla voce di un essere umano, è un contrasto che abbiamo trovato interessante utilizzare.

Il testo dice “domani forse mi butto”, che può essere interpretato in due modi: mi butto “di sotto”, alludendo al suicidio, o mi butto nella vita. In ogni caso, significa un atto estremo, ho utilizzato questa frase perché avevo bisogno di un atto estremo. Dobbiamo distruggere tutto, dobbiamo ricreare e, quindi, per ricreare è necessario distruggere. Sono dei dubbi esistenziali portati ad un livello semplice e diretto.

Ci sarà poi un album, d’esordio, in uscita il 1° maggio intitolato “Che Diamine”. È il risultato di quali esperienze, anche e soprattutto, artistiche? Cosa c’è di nuovo?

Siamo due strumentisti (io sono un bassista e Niccolò è batterista) e veniamo da musica suonata, un altro tipo di approccio. Abbiamo cercato di guardare avanti, a un sound non nostalgico, ma scritto immaginando un pubblico del futuro, un pubblico possibile, cercando di comunicare un po’ anche con noi stessi.

Ci eravamo nel tempo “annoiati” dei nostri strumenti, con la tecnologia hai a disposizione un esercito di musicisti virtuali al servizio della tua idea. Non si parla più di un assolo o di un momento di virtuosismo, ma solo di creare un qualcosa che sia un qualche modo diretto e intenso nell’arco di 2-3 minuti.

“Che diamine” è un progetto per noi totalmente nuovo, non abbiamo mai utilizzato questo linguaggio, una struttura completamente diversa. Lavoriamo spesso da remoto, Niccolò si occupa della musica e io della voce anche se spesso ci intersechiamo, ci influenziamo a vicenda. È stato una specie di salto nel nulla, un ricominciare, un cambiare tela, averne una totalmente bianca. Per noi è stato divertente tuffarci in questo qualcosa di più.

Che tipo di progetto è? Qual è il suo filo conduttore?

Sono delle concept songs: ogni canzone ha la sua virtù e il suo demone che cerca di esprimere, qualcosa che vuole raggiungere l’apice, un desiderio di comunicazione che si ritrova anche nella poesia, quella sensazione di avvicinarsi senza mai riuscire veramente a toccare. O perlomeno chi scrive spesso ha questa sensazione. Questo album è un insieme di questi tentativi, di questi esperimenti, di linguaggio e musicali, per essere all’udito piacevole.

È un disco che tratta una materia molto umana, nonostante la presenza della musica elettronica, si parla di sentimenti e di sentire. Un disco anche un po’ psicologico in qualche modo. Quando si scava verso l’interno si porti alla luce anche quello che sta fuori, siamo una proiezione di quello che siamo dentro. Una collezione di questi momenti, da cui emergono la virtù vera di questo estro, un disco essenziale.

Qual sono i punti di forza di questo album?

I punti di forza li chiederei a chi ascolta perché ci sono dei testi molto intimi in una musica che tende ad essere ritmica, divertente, movimentata, ha un passo che dona la sensazione dell’andamento della vita. Un nostro punto di forza è saper unire dei testi di stampo cantautoriale con un panorama più movimentato.

L’album è stato anticipato dai singoli: come avviene la scelta?

La scelta è stata condivisa anche se, a volte, sono più affezionato a un brano per motivi personali. La scelta è sempre il risultato di ascolti e feedback da parte di tutto il team. Abbiamo scelto di iniziare con una canzone più dolce, dato anche il periodo. Avevamo bisogno di portare un po’ di gentilezza nelle nostre canzoni, nella musica che stavamo facendo.

Dopo “Da qualche parte”, singolo che era uscito un po’ prima, avevamo voglia di far vedere il lato più ironico e luminoso, lasciando poi a chi si interessa ascoltare il disco, sentirne le varie sfaccettature e colori che nella maggior parte sono più scuri. Ma non volevamo presentarci maniera scura.

Ascolti musica in vinile?

No, purtroppo no. Non ho la strumentazione. Niccolò sì, ha i suoi vinili. Lo trovo comunque bello e prima della quarantena andavo a casa di un amico a sentire la musica in vinile, come si faceva una volta. Mi mette nostalgia, mi fa pensare a un mondo che non c’è più e poi alla fine mi sono adeguato ai tempi, il suono sul vinile è più caldo, è bellissimo. È un po’ come prendere una macchina d’epoca. C’è comunque questo sguardo nostalgico, è come una necessità mia, ho bisogno di guardare avanti. Mi ricorda molto gli anni 60-70 e mi dispiace sempre un po’ [ride].

Quanto è cambiato il tuo modo di ascoltare la musica?

È un po’ come quando un ballerino guarda qualcun altro ballare: inizia a razionalizzare, a guardare i particolari. Un po’ il musicista fa questo, cominci a guardare i singoli musicisti, perdi l’insieme, rischi di perdere l’ascolto d’insieme, di infilarti in discorsi razionali.

La musica non rientra nel discorso della razionalità, è un’arte, bisogna accettarlo, perché frequenta molto più la follia. Quindi, cambia molto il modo di ascoltare. Per fortuna non essendo mai stato un virtuoso dello strumento, non ho mai perso anche piacere dell’insieme della musica, però c’è un rischio grosso.

Spero che questo momento il mondo a fermarsi e ragionare un attimo. Mi piacerebbe che tornasse un po’ di più la voglia di parlare e di parlarci, anche nella musica. Trovare un mondo musicale di persone che parlano. Sembra che le canzoni più popolari ora non vogliono dire né sentirsi dire nulla.

È come se ci fosse un generale appiattimento linguistico quindi mi piacerebbe che tornasse la grande voglia di parlare e magari questa situazione potrà aiutarci in qualche modo a riscoprire la voglia di comunicare veramente.

Irma Ciccarelli