(Foto di Cristian Dossena)

Cristiano Turato, ex voce dei Nomadi, torna sulle scene con un nuovo progetto discografico dal titolo “La Festa” in uscita il prossimo 10 aprile, anticipato dai singoli “Atlantide” e “Follia”.

Scritto e prodotto dallo stesso Cristiano Turato insieme a Alberto Roveroni e Francesco Pisana (che vantacollaborazioni con artisti come Lucio Dalla, Fiorella Mannoia, Dolcenera, Elio e le Storie Tese) per la produzione esecutiva di “La festa”, il disco si avvale delle collaborazioni importanti di Carlo Kaneba (per il monologo in siciliano presente nel brano “La festa”), Max Greco, Daniel Bestonzo e Francesco Pisana. “La Festa” è stato registrato e mixato da Alberto Roveroni presso Le Park-Milano e masterizzato da Pietro Caramelli presso gli studi Energy Mastering e LePark-Milano.

Cristiano Turano, “La festa”: il nuovo album

Il 10 aprile uscirà il tuo nuovo album dal titolo “La festa”. È il risultato di quali esperienze?  

Arrivo dagli anni 90, dall’era del grunge e del rock, fino ad arrivare a innamorarmi dell’elettronica, grazie a Alberto Roveroni, virando al pop e rock elettronico. Questo disco è un po’ un riassunto, dopo la pubblicazione del 2016 di “Quando sogno sparisco”, quando ancora ero con i Nomadi. Un album che non ha restrizioni, ci siamo sbizzarriti e raccontati con quello che a noi piaceva.

Dopo l’esperienza con i Nomadi, in cui mi sono preoccupato esclusivamente di scrivere e di fare molto live, ho sentito la necessità di produrre un disco nell’onda di tutto ciò che avevo scritto nel periodo tra il 2017 è il 2019. Ne è uscito questo disco, il cui suono è comunque omogeneo, ma nei brani si sente vivono sfumature diverse.

È stato prodotto e scritto da me e Alberto Roveroni, in collaborazione con Francesco Pisana, e parla delle mie emozioni, anche di quelle semplici. Volevo fosse così, senza fare troppo ricerca nel testo come mio solito fare: ci sono pezzi più ironici altri un po’ più profondi e complicati da capire come può essere il brano “Luce”.

Nel brano “Festa” c’è una parte narrata da Carlo Kaneba in dialetto: quanto contano le proprie radici oggi? Quanto peso hanno?

Giro molto l’Italia, soprattutto tra il centro e il sud dove le radici sono ancora molto forti e questo aspetto mi incuriosisce. Non sono uno di quelli che ricerca in tutti i modi di affermare che va bene così oppure di assumere pose perché le radici sono importantissime e prescindono da tutto, ma penso che ogni persona debba in qualche maniera ringraziare il luogo in cui è nato e cresciuto, a prescindere dalla strada poi presa e da quello che ha vissuto.

Parte di ciò che si è e anche frutto dell’esperienza del luogo in cui si è nati e credo nella misura giusta che questa sia un qualcosa di meraviglioso.

Com’è cambiato il tuo modo di approcciarti alla musica in questi lunghi anni di carriera?

Ho sempre cercato di capire i cambiamenti, non sono mai stato rigido da questo punto di vista, ma la musica e il mio approccio sono molto cambiati. Ciò che chiedo, per esempio a mio figlio che studia pianoforte al conservatorio, è di capire che il mondo che sta fuori può essere bellissimo, però deve essere affrontato con la consapevolezza di chi la musica la capisce e l’ha capita, la studia e non smette mai di farlo.

Da questo punto di vista, il mondo è cambiato, il mio approccio alla vita, è che ogni cosa va sempre raggiunta attraverso l’impegno e, a volte anche, il sacrificio, mentre noto che questi valori siano completamente spariti, non sono intesi come un vero valore, ma come un fardello.

Sarò ripetitivo, ma pur essendo un navigatore del cambiamento, credo che questo sia qualcosa da cui partire: affrontare le esperienze con la consapevolezza che il sacrificio e l’impegno siano le parti più belle da offrire alla musica.

Se tu fossi un emergente oggi, come ti muoveresti?

Farei e prenderei tutte le opportunità che risulterebbero utili al mio percorso. Ci sono molti musicisti e molti addetti ai lavori che criticano aspramente i format televisivi, piuttosto che quello che sta dietro, e che sta a monte. Farei tutte le esperienze che troverei giuste fare, sperando di trovare dei genitori comprensivi e che mi possano dare una mano ad affrontarle.

Quale brano di questo album consiglieresti ad un giovane che si approccia alla tua musica per la prima volta e perché?

“Acqua su Marte” ha un testo ironico, un po’ giocherellone, però rappresenta quello che ricercano tutti: lo star bene, banalmente e semplicemente. Andare a cercare l’acqua su Marte è un’idea, un tipo di felicità che non ritrovi dentro la tua stanza, ma è dall’altra parte e la parte meravigliosa è il percorso che intraprendi, quando decidi di farlo e la speranza di trovare quell’acqua.

Quando hai capito che volevi fare questo nella vita?

Forse un po’ tardi e in un momento complicato della mia vita. Avevo realizzato un percorso con una band formata intorno al 2003, un percorso di rock elettronico che stava per concludersi con un contratto discografico, ma che per una serie di motivi non si è realizzato. Quindi, ho intrapreso un viaggio fuori dall’Italia per prendermi il mio spazio e quando tornai trovai un messaggio del chitarrista dei Nomadi. Già lavoravo come professionista, ma quello è stato un piccolo segno che dovevo continuare a fare questo lavoro.

Perché hai scelto quella foto come immagine di copertina?

Rappresenta una festa, siamo costantemente oberati di cose da fare. Inizialmente, non doveva essere questa, però ho pensato che potesse dar risalto al titolo del disco, dà una bella impressione ed è giocosa.

Quanto conta nel tuo procedimento artistico il videoclip?

Sono importanti, anche se negli ultimi anni i costi sono diventati esagerati, ovviamente le professionalità si pagano, ma per un buon videoclip si parte dai 10mila euro. Un videoclip conta se c’è un’idea forte di fondo, se è pensato e vedo che ne escono veramente tanti. Credo che nel 2020 conti più la qualità di ciò che si produce e il live.

Il resto è un contorno che serve far più che altro magazzino [ride].

Ci sarà una stampa in vinile?

Vediamo, io vorrei farlo uscire. Il vinile è ritornato in voga, datemi del vecchio, ma a me piacerebbe molto.

Qual era il tuo rapporto con il vinile? Hai un ricordo particolare legato a questo oggetto?

Sono stato molto fortunato perché sono nato in una famiglia che stava bene: nel dopo la guerra i miei nonni avevano la TV e una specie di radio enorme, con lo sportellone sotto con il giradischi.

Quindi, ho quindi la possibilità di ascoltare molta musica fin da bambino e all’epoca mi piaceva particolarmente ascoltare Zorro [ride], ma i miei nonni e zii avevano vinili di artisti americani dell’epoca, RnB e soul.

Irma Ciccarelli