Bardamù sono due fratelli, Ginaski Wop e Alfonso Tramontana, originari della Calabria, ma da circa vent’anni “cittadini del mondo” (hanno vissuto a Madrid e a Cuba per un certo periodo), ora si dividono tra New York e Roma.

Sono due musicisti “di strada” che hanno fatto proprio uno stile musicale che loro stessi definiscono “stray bop”, ispirato al movimento artistico-sociale del BeBop anni ’40 e ad uno stile di vita “stray”, randagio e girovago, che attinge direttamente dalla cultura di strada.

Ecco cosa ci ha raccontato Ginaski Wop in merito alla nascita del progetto e quanto hanno influito i viaggi e gli incontri con grandi artisti come Changuito.

I Bardamù e Stray Bop: l’ intervista

La prima domanda sorge spontanea sulla scelta del nome Bardamù. Qual è la storia di questa scelta?

In realtà, il nome è stato rubato ad uno dei personaggi del libro “Viaggio al termine della notte” di Louis-Ferdinand Céline, che si chiama, appunto, Bardamù. Inoltre, credo che sia un testo molto importante perché svela tante cose dell’esistenza e ci siamo ritrovati molto vicini al mood emotivo del protagonista, del suo modo di vedere il mondo, di vedere la gente. Abbiamo pensato che fosse il nome giusto per questo progetto.

Qual è la caratteristica che più vi accomuna a questo personaggio?

Sono svariate, sicuramente un personaggio un po’ oscuro, in linea di massima è curioso della vita tant’ è che parte in continuazione, non riesce quasi mai a trovare una stabilità geografica: lascia la Francia per andare in Africa, poi va a New York di cui fa una bellissima descrizione. È il concetto del viaggio: è una persona viaggia all’interno dell’animo umano pur stando immobile in un luogo ed è convinto che per poter conoscere la vita bisogna attraversare tutta la notte, entrarci dentro, e attraversarla fino ad arrivare poi al suo termine. Al termine dell’oscurità. È in questo viaggio che ti rendi conto di quanto tendenzialmente, nella visione che ha il protagonista del libro, l’uomo possa essere anche una carogna, possa arrivare a tante bassezze emotive e quindi è probabile che sia più opportuno rifugiarsi in espressioni che possono rendere perfettibile o migliorabile l’essere umano. Mi riferisco appunto all’arte, per esempio, lui si emoziona guardando delle sculture, ascoltando una sinfonia. In quel momento si rende conto che probabilmente l’uomo può spogliarsi delle proprie sporcizie ed elevarsi e uscire fuori dalla notte.

Proprio come il personaggio di questo libro, avete viaggiato tantissimo dalla Calabria, Madrid, Cuba, New York. La scelta di queste località era legata a un motivo particolare? Ad esempio, pensando a Cuba, viene in mente lo studio delle percussioni e la ricerca del loro suono e ritmo.

Hai esattamente centrato il punto: sono un percussionista e batterista. Personalmente, avevo la curiosità di visitare Cuba fin dalla adolescenza e sono riuscito ad andarci a 19 anni. Amo molto un certo tipo di musica latina e di rythm jazz e volevo conoscere a tutti i costi il maestro Changuito, il percussionista che ha rivoluzionato il mondo delle percussioni e del rythm jazz in particolare. E ci sono riuscito. Ho studiato con lui e insieme abbiamo messo in piedi una band all’Avana. Cuba ci ha anche consentito di poter proseguire un percorso in cui abbiamo potuto fare concerti, conoscere tanti altri artisti storici della scena cubana. Abbiamo partecipato a vari festival del jazz e hip hop, era il periodo più florido per Cuba dal punto di vista artistico. E poi Barcellona: la prima volta è stata per pura curiosità. Lì, in occasione di una jam session abbiamo conosciuto un direttore artistico, che adesso purtroppo non c’è più, e ci presentò un altro musicista italiano chiedendoci di creare un repertorio e svolgere una serie di concerti per lui. Ed ecco che sono nate altre esperienze è stata un po’ la città che ci ha scelti, permettendoci di star lì, come è successo con Madrid. A New York è la Mecca per la cultura jazz e hip hop, era d’obbligo.

La scelta di restare in Italia?

Non abbiamo mai pensato ad un trasferimento definitivo, anche quando durante gli anni trascorsi a Cuba (6 anni) tornavamo spesso in Italia. L’idea del trasferimento in sé mi causa un po’ di angoscia, mi piace sempre considerarmi molto mobile. Al momento ci troviamo in Italia perché stiamo cercando di spingere e promuovere quest’album, ma a breve ripartiremo e torneremo a Brooklyn. Roma è diventata un ottimo punto d’appoggio per tornare e partire, è una città affascinante che offre tanti spunti nel bene e nel male. Ci fermeremmo molto più tempo in Italia, ma non è una scelta che dipende da noi perché esistono una serie di filtri. Inoltre, il progetto ha già un grande respiro a New York, ha trovato una risonanza maggiore che in Italia.

Perché esiste questa difficoltà di promozione in Italia? Vale solo per la musica jazz?

Non solo per i jazzisti, in generale è difficile promuovere un album in Italia perché ci sono diversi filtri e di varia natura (dalle politiche aziendali delle case discografiche fino ai piccoli club e ai grandi festival). Per quanto riguarda un certo tipo di cultura hip hop ci sono dei muri sollevati negli ultimi anni. Sono in vita e sono produttivi alcuni artisti storici della scena hip hop e underground e anche loro, in alcuni contesti, non riescono a trovare degli spazi per esibizioni di musica jazz. Probabilmente, in Italia si ha un’idea di jazz un po’ troppo imborghesita e da conservatorio, non ci si ricorda più che la vera radice del jazz viene dalla strada e nasce con un determinato intento comunicativo ed espressivo. In un concerto jazz i gruppi presentano soltanto pezzi standard (come i brani di Miles Davis e gli altri classici del genere) e niente di nuovo. Il jazz è stato rivestito di una natura che non è la sua, sia in Italia che in Europa.

L’album si intitola Stray Bop e lo avete associato alle opere dell’artista Mimmo Rotella.

L’album nasce da una lunga ricerca del suono, del linguaggio. Questa idea di utilizzare sia il jazz, sia il rap e sia alcune sonorità latin jazz è una cosa che noi facciamo dagli anni Novanta. Quando ho parlato del periodo cubano, dal 2000 al 2005/2006, e son passati realmente vent’anni da quando abbiamo dato inizio a questa sperimentazione. Il nome deriva dal neologismo “Stray Bop“. A Brooklin c’è stata un’ottima risposta da parte degli artisti e in Italia abbiamo avuto anche il benestare di una colonna storica della cultura hip hop italiana che è Tormento. Inoltre, ha accettato di partecipare al pezzo Crossing, il primo brano registrato dell’album. Da Mimmo Rotella, ovviamente non siamo assolutamente così presuntuosi da volerci paragonare a un grande dell’arte, prendiamo la sua definizione di Décollage: prendeva dei manifesti li strappava e dagli strappi che cosa tu vedi alla fine? Vedi scorci dei manifesti sottostanti, cioè tutto ciò che stava sotto, riprende luce e riprende contemporaneità avendo così un’immagine del tutto nuova. Quindi, lo “Stray Bop” deve essere un po’ questo non è solo vagare come un vagabondo, un randagio, ma avendo sempre memoria di ciò che è stato e di ciò che sono delle radici. All’interno della contemporaneità applichiamo degli strappi affinché si possa ridar vita a qualcosa che invece è più distante nel tempo.

Stay Bop è anche il nome del singolo attualmente in rotazione radiofonica. Come è nato questo singolo?

Stray Bop nasce da un’improvvisazione alla fine di concerto con K. Sparks, nel New Jersey. Alfonso ha iniziato a fare questo loop di piano, io ci ho messo sopra uno swing con un rullante più funkeggiante e K. Sparks ha iniziato a rappare delle cose di cui avevamo parlato a tavola prima del concerto. Quindi abbiamo detto: “Sai che c’è? Ci vediamo domani e vediamo cosa viene fuori!”

In questo album, oltre a K. Sparks, ci sono anche altre collaborazioni.

C’è un featuring di cui siamo molto fieri, sia io che Alfonso ed è quello con Michael Imperioli, attore americano vincitore di un Emmy e nominato ad un Golden Globe. Lo abbiamo conosciuto in un bar di Brooklyn, mentre era seduto dall’altra parte del bancone con la compagna: abbiamo avuto la faccia tosta di avvicinarci e dirgli che avevamo in mente una cosa con lui. Così gli abbiamo chiesto se potessimo sottoporgli il progetto e lui ci ha dato la sua mail e da lì è nato un rapporto epistolare: gli abbiamo inviato un po’ delle idee. Tutte le collaborazioni sono nate perché c’era una convinzione e stima reciproca e convinti di voler abbracciare questo linguaggio (se avessimo dovuto dare un compenso per ogni artista, sarebbe servito un capitale!)

Esiste anche la versione in vinile di questo album.

Esatto, per noi era imprescindibile dare un qualcosa di palpabile, di toccabile, di guardabile, di visibile. È come per un artigiano quando crea qualcosa: in digitale ti venderebbe soltanto il disegno, ma non l’oggetto in sé. Quindi, per non rischiare di restare totalmente eterei e inesistenti abbiamo pensato che fare un vinile era probabilmente la scelta migliore, una presa di atto e una presa di coscienza. Un giorno poter sfogliare tra gli scaffali di casa, in mezzo ai libri e altro, e trovare anche questo ricordo di un pezzo di vita newyorkese…

Che ruolo ha avuto il vinile nel vostro percorso?

Il vinile e la cassetta sono stati la nostra quotidianità di quando eravamo piccolini, era l’unico modo che avevamo per ascoltare la musica, e solo negli anni Novanta è arrivato il cd e così via. È come il paragone tra il libro e l’e-book: l’idea è quella di prendere un libro, sfogliarlo, sottolinearlo, vivermelo.

Qual è stato l’ultimo vinile che hai ascoltato?

Ce l’ho davanti in questo momento ed è proprio di Miles Davis “Kind of blue” che, secondo me, resta una delle opere immense della musica mondiale, sia jazz che urban, hip hop, classica, quella che vuoi. Ce l’ho proprio qui davanti, nel giradischi.

Irma Ciccarelli