I 10 HP tornano con un nuovo progetto musicale da titolo “Mantide”, disponibile dal 20 marzo, caratterizzato da un tocco minimal dell’elettronica, oltre che dalle firme dei strumenti portanti come la chitarra, basso e batteria.

Ecco la tacklist: Figli della luna, Se bastasse un segno, Hai già venduto l’anima?, C’è un mondo, Mantide , Il sogno di Ulisse , Sotto una nuova luce , La mia ragione che brucia, Nella stanza di Chiara, Forse.

La band è formata da: Giacomo Di Cara (Voce e basso), Nicola Merlisenna (Chitarra e cori), Leonardo Brucculeri (Batteria).

10HP Mantide: “Fuori rispetto a quello che si ascolta oggi”

“Mantide” è il vostro nuovo album. È il risultato di cosa?

È il risultato degli ultimi due anni di lavoro. Siamo una band “vecchiotta”, nasciamo nel 2005 e fino al 2012/2013 abbiamo fatto veramente tantissimo come partecipare a tutti i contest nazionali, con grande fatica. Noi siamo siciliani e gli spostamenti sono, solo a pensarli, un salasso, però avevamo l’età giusta per farlo, ci autofinanziavamo perché suonavamo molto.

Nel 2007 abbiamo prodotto il primo disco, nel 2012 il secondo con un’etichetta abruzzese e nello stesso anno partecipammo alle finali di Sanremo Giovani (con direttore artistico Gianni Morandi). Da quel momento in poi ci siamo concentrati nell’attività live con 130-140 concerti l’anno dal 2013 al 2017 circa. Tra il 2018 e il 2019 ci siamo fermati perché volevamo tornare a dire qualcosa e avevamo questi brani nel cassetto, così abbiamo iniziato a lavorarci.

Si può considerare un concept album: qual è il messaggio?

Considerando il concetto di concept album degli anni passati, potremmo esserne un po’ fuori, soprattutto, negli ambienti metal o rock, perché è un progetto con un unico filo conduttore, mentre nel nostro album si ritrovano dei temi ricorrenti: il viaggio, il senso della vita, la difficilissima impresa di districarsi tra le insidie che mettono a dura prova la lucidità e la ragione dell’essere umano.

Una cosa alla quale teniamo molto è la nostra firma: le sonorità sono le nostre, chi ci conosce riconduce subito al primo ascolto il prodotto finale al nostro sound e questo è motivo d’orgoglio.

Anche se Mantide si pone un po’ fuori rispetto a quello che si ascolta oggi, ci affidiamo a sonorità che non ci sono. Abbiamo fatto questa scelta, secondo me coraggiosa, perché è un disco che ci rappresenta in pieno e non abbiamo cercato delle scappatoie, non abbiamo cercato di strizzare l’occhio alle sonorità contemporanee, ma siamo andati per la nostra strada, per la nostra esistenza artistica.

Siete stati ispirati da un gruppo particolare o da un artista in particolare per questa scelta?

In realtà no. Siamo figli del rock anni 90, questo si nota subito, uno stile americano degli anni 90, questa è l’influenza maggiore. Dal punto di vista della scrittura, sia testuale che melodica, noi siamo molto vicini al cantautorato italiano degli anni 60 e gli anni settanta. Le sonorità possano far pensare a qualcosa che viene da oltreoceano, mentre i testi e le melodie sono molto ancorate alla tradizione italiana, si percepisce in maniera chiara.

Quindici anni di attività: avete vissuto l’evolversi della musica. Come è cambiato il vostro approccio al fare musica?

Ci siamo “incaponiti”: solitamente, quando si fa un disco si cerca di aggiungere qualcosa rispetto alle sonorità che si hanno durante i live, mentre noi abbiamo cercato di essere per quanto più fedeli a quello che poi succederà nei concerti.

Abbiamo cercato di non farci influenzare più di tanto da quello che succede musicalmente adesso, giusto o sbagliato che sia. È chiaro che chi sta più attento alle mode musicali del momento può pensare a questo disco come un qualcosa che non si pone sui sound contemporanei.

A che tipo di pubblico vi rivolgete?

Principalmente questo album lo abbiamo fatto per noi [ride], avevamo questa esigenza. Destiniamo il nostro prodotto a chi ha degli ascolti legati al rock made in Italy, cerchiamo di stuzzicare qualcosa di diverso all’attenzione dei giovani per riportarli su ascolti differenti rispetto a quelli che oggi propone il mercato.

Ci sono veramente pochissime cose diverse: troviamo l’indie italiano, che purtroppo è diventato abbastanza di costume, c’è la trap, il filone del raggaeton. Magari, con questo album qualcuno si può incuriosire cercando degli ascolti un po’ diversi.

Quale canzone di questo album consiglieresti a un giovane ragazzo che si approccia per la prima volta alla vostra musica?

Abbiamo pensato alla scaletta del disco proprio in tal senso cioè per qualcuno che doveva avvicinarsi a questo sound. Il disco inizia con l’ultimo Figli della Luna ed è una un’escalation che riesce ad introdurci anche a chi non ci ha mai ascoltato.

Il brano “Mantide”, che dà il titolo all’album, oseresti dire che metaforicamente rappresenta il mondo della musica di oggi?

In realtà non abbiamo mai pensato a un’idea del genere, ma questo argomento tocca un tasto dolente. In un momento in cui discograficamente ci sono stati dei seri problemi di vendita, quello dei talent è stato un escamotage dal punto di vista commerciale: nella maggior parte dei casi questi ragazzi sono stati poi accantonati, con tutto quello che ne consegue, anche personale, trovandosi dall’oggi al domani senza nulla. Da questo punto di vista, si potrebbe trovare un’analogia.

Alcuni gruppi o artisti rappresentano dei riferimenti per la musica. Quali gruppi di oggi potrebbero esserlo?

Io sono molto molto legato al rock americano anni 90, al movimento grunge e secondo me uno dei dischi fondamentali per il rock è Nevermind dei Nirvana: è sicuramente uno dei dischi più venduti nella storia, ma soprattutto ha sancito un modo nuovo di pensare e suonare il rock, anche dal punto vista commerciale, è un disco di passaggio.

Fino a quegli anni si pensava ancora il rock un po’ come negli anni 70, non tanto come quello degli anni 80. In maniera semplice con pochi con pochi fronzoli. Sicuramente, anche i Foo Fighters, i Pearl Jam. In Italia ci sono stati i Liftiba, i Negrita, i Diaframma. Io sono molto radicato a questa scena di musica italiana, assieme al cantautorato.

Ascolti della musica in vinile?

Sì, grazie a mio padre, appassionato di musica, ho ascoltato vinili fin da piccolo: erano quasi tutti gli album legati al rock progressivo di allora, come il Banco del Mutuo Soccorso, PFM, Perigeo.

Inoltre, avevo una cugina più grande di me, amante di musica rock, metal e aveva una quantità infinita di vinili. Quando lei si trasferì per studio in un’altra città, un bel giorno sono andato a prendere tutti questi vinili che sono ancora oggi di mia proprietà.

La cosa bella del vinile è che il suono nasce solo dal disco e la puntina

Irma Ciccarelli