Parliamo di strumenti, perché si parla sempre di calcio ma senza il pallone (inteso come sfera che rotola) non ci sarebbero nemmeno gli stadi dove sfogare gli istinti predatori repressi.
Esistono gli strumenti nuovi, di maggiore o minor pregio, e vabbè. Dopo qualche decennio quegli strumenti possono diventare vecchi o “Vintage”: in entrambi i casi puzzano un po’, nel primo valgono poco e suonano male come all’origine, nel secondo valgono di più e, se ben tenuti, suonano quasi come all’origine, regalandoci l’illusione data dagli echi di suoni ormai tramontati.

Esistono, infine, gli strumenti “Reissue” o i “Relic”. Parliamo di strumenti nuovi di fiamma, costruiti con materiali moderni che cercano di riprodurre, ove possibile, suoni, sensazioni e intenzioni di quelli originali di cui sono, di fatto, un’imitazione o, forse meglio, una celebrazione.
Gli strumenti Relic sono un pugno in un occhio della decenza perché, ebbene sì, vengono invecchiati ad arte per sembrare Vintage. Che orrore.
I “Virtual Time”, band vicentina che picchia bene, rullo di tamburi, sono invece come gli strumenti Reissue. Sono moderni, performanti, tagliandati. Riproducono, non imitando, il sound delle band anglofone che hanno orientato le loro scelte nel periodo dei brufoli, ma i materiali nuovi con cui sono costruiti ci regalano bagliori e riflessi cangianti, quelli che gli strumenti vintage hanno lasciato nei loro anni d’oro e che i Relic (di cui la scena italiana è piena), non hanno per scelta maldestra.
Parliamo di Hard Rock, quello cazzuto. Direi Deep Purple (senza tastiere) o Led Zeppelin, con il dovuto rispetto a quei Totem. Ho scorto anche echi dei Reduci di Peppe, e qualche accenno di acustica, che di certo non li rende Folk però, eh?

Potrei spendere ore a parlare dell’abominevole voce del cantante, dei riff da sturbo del chitarrista, del sapiente uso del Ride del batterologo o del lavoro nascosto e fondamentale del bassista, ma toglierei magia al paragone di cui sopra, no?
Ascoltate “Long Distance”, il loro ultimo lavoro, e provate a dimostrarmi che mi sbaglio.

Vito Franchini