Trent’anni sono passati dalla pubblicazione di The Joshua Tree e dallo storico concerto dello stadio Flaminio.
Con quell’album gli U2, che alle spalle avevano già canzoni come I Will Follow, Pride (In The Name Of Love) e Sunday Bloody Sunday, riuscirono a fare il passo successivo. Un viaggio realistico e introspettivo, adimensionale e concreto alla scoperta dell’America, non come fece Colombo piuttosto con un percorso molto più simile a quello degli scrittori della beat generation, trasformando l’America, come fecero Kerouac e compagni, da Nazione a Idea.
E trent’anni dopo si ritorna a questi concetti indimenticati, a cui forse il contesto storico in cui viviamo ha donato ancor più enfasi.
Da qui parte la motivazione di questo Joshua Tree Tour 2017, i quattro di Dublino sempre schivi alle celebrazioni e alla mitizzazione del loro passato, stavolta si sentono in dovere di interrompere le registrazioni del nuovo album prossimo venturo Songs Of Experience, dal quale suonano The Little Things That Give You Away a fine concerto, per, la parola giusta non è “tornare” e nemmeno “riprendere”, (forse è) concepire un nuovo albero di fede in un mondo che visto senza lente d’ingrandimento è selettivo e impersonale, una macchina con il pilota automatico e con le strade che hanno tutte il nome, ma come dice Bono il potere della gente è più forte del potere dei potenti, ed ecco che The Joshua Tree diventa non solo un album epico, un tour in cui vedere una band planetaria “che ci vado perché chissà quando ricapitano a Roma”, questo tour e queste canzoni diventano un movimento di massa, in cui tutti si sentono Uno, non solo per una notte, si sentono Uno, non uguali, ma traducendo ognuno a proprio modo la promessa fatta nel nome dell’amore.
Perché una visione senza una promessa è solo una fantasia. E Bono e gli U2 hanno sempre avuto la capacità anche, ma non solo, attraverso le loro canzoni di creare in loro e negli altri umiltà e sicurezza, voglia di cambiare e voglia di comprendere, avere un piano per le proprie idee. E dopo trent’anni il piano ha preso una forma gigantesca come lo schermo alle loro spalle.

Nel 1987 gli U2 aprirono la leg europea del tour allo Stadio Flaminio, un posto ad oggi dimenticato dalle istituzioni ma non dalla gente.
Lo stadio di Nervi è in totale abbandono dal 2012, ma se si va in giro, come ho fatto io a chiedere sul Flaminio, alle persone brillano gli occhi e uno dei primi ricordi che riaffiorano nominando quello stadio, come se ti trovassi di fronte alla copertina di un vinile e riaffiorasse il terzo lato, è il concerto degli U2.
Quel concerto, scambiato dagli inquilini dei palazzi limitrofi per un terremoto, ha davvero cambiato tante persone. Quando mi dicono “gli U2 al Flaminio” sembrano ancora dei teenager e oggi forse nemmeno i loro figli lo sono. Lo stesso Bono quando gli U2 vennero a Roma nel 2010 per il concerto a trecentosessanta gradi lo ricordò.
“Ci siamo innamorati dell’Italia e della città di Roma quella notte allo stadio Flaminio”.

Trent’anni dopo, parecchie cose sono cambiate a partire dalla voce di Bono per finire con il prezzo dei biglietti, che da poche mila lire spese in fila in una biglietteria, sono diventate centinaia di euro collegate su ticketone.
Apre Noel Gallagher che suona tra le altre, Wonderwall e Don’t Look Back In Anger, nella sua ora di live e rende il crepuscolo un momento meraviglioso mentre capisci che quella che stai vivendo è e sarà una bellissima giornata.
Gli U2 stravolgono la consueta scaletta base di ogni loro concerto da almeno vent’anni a questa parte.
Iniziano a battere su Sunday Bloody Sunday, che durante il recente Innocence + Experience Tour 2015, fu suonata in chiave semiacustica, e arrivano a Pride (In The Name Of Love) che è sempre stato uno dei brani della parte finale.
E dopo la parentesi cronologica da War a The Unforgettable Fire, si arriva a The Joshua Tree, presentato nell’ordine del vinile. e quindi altra rivoluzione, Where The Streets Have No Name è la quinta canzone del concerto. E la puntina scorre, I Still Haven’t Found What I’m Looking For, With Or Without You e Bullet The Blue Sky per poi arrivare dentro i solchi meno suonati del disco come Red Hill Mining Town o Exit.

Il concerto è chiuso con gli ultimi fuochi più recenti come Beautiful Day, Elevation e Vertigo, il necessario raccoglimento in One e lo sguardo al futuro con The Little Things That Give You Away.

Certo poi a tanta gente queste cose non andranno mai bene, un tour su un disco di trent’anni fa, una macchina da soldi, cantano sempre le stesse canzoni, le foto di Bono con i politici, Forbes, Red, i soldi in Olanda, il disco con Apple, l’iPod U2, da Pop in poi non hanno fatto più niente di buono, No Line On The Horizon è il disco più brutto, dopo All I Want Is You qualcosa si è rotto, sono diventati famosi perché tutte altre band si sono sciolte, The Edge non è un vero chitarrista, Bono ha perso la voce.
Congetture varie ed eventuali che per quanto mi riguarda non sminuiscono o svuotano di significato quello che succede in questo concerto.

The Joshua Tree è diventato un movimento di massa, un raccoglimento dentro una cattedrale. Ma non c’è silenzio, ci sono tante persone che parlano e si confrontano studiando un piano per il futuro.
Come disse Bono allo stadio Flaminio nel 1987: “Questo posto è grande, ma noi insieme siamo ancora più grandi”.

Dobbiamo andare e non fermarci
Dove andiamo?
Non lo so, ma dobbiamo andare

Jack Kerouac, On The Road

Davide Di Cosimo