Esce senza polemiche questo lavoro che nonostante il titolo ha poco da relazionarsi con il precedente Songs Of Innocence in cui i quattro ritornavano dentro la propria giovinezza uscendone incredibilmente credibili e rinnovati ancora una volta, anche se poi anche in quel caso ci fu qualcosa che nel complesso non funzionò, sempre per quello strano complesso (sì, è un gioco di parole) per cui gli U2 debbano fare canzoni che piacciano a tutti nonostante le canzoni che piacciono a tutti degli U2 siano quelle più spontanee e senza la sovrastruttura di questo complesso (e infatti, per la maggior parte, sono quelle più vecchie).

Ma, andando ad ascoltare Songs of Experience, ci si trova di fronte ad un disco strano.

Magica e strabiliante è la traccia di apertura, Love Is All We Have Left, di cui si vociferava dai tempi di No Line On The Horizon, una vero e proprio diamante che predispone l’ascoltatore ad entrare nel disco con un sound sperimentale.
Poi arriva Lights Of Home, una chitarra grezza che ricorda subito Cedarwood Road, un brano forse non adatto ad essere il secondo e che finisce addirittura citando Iris (Hold Me Close).
Svolta pop con l’allegria e la semplicità di You’re The Best Thing About Me che precede Get Out Of Your Own Way, uno strano mix scollegato tra Invisible e Beautiful Day che al primo ascolto lascia molto perplessi, ma poi infondo ci fai l’orecchio.

Tra le parole di Kendrick Lamar si arriva ad American Soul, una piccola bomba inesplosa, un suono pacchiano, un testo bizzarro, riff ripresi da Volcano, che a sua volta provenivano da Glastonbury, brano mai pubblicato, suonato live nel 2010, che fra i tre tentativi di farci una canzone era senza dubbio quello più riuscito.

Quando hai quasi perso tutte le speranze arriva Summer of Love, è qui capisci che se gli U2 lasciassero perdere quel maledetto complesso farebbero dei dischi davvero ancora fantastici.
Red Flag Day è la nuova comfort zone di The Edge e Bono. In questi due album collegati dal titolo di Blake e poco altro, hanno dimostrato di poter rievocare i loro esordi post punk, riff semplici e accattivanti e la voce di Bono e quella di Edge a  incollare il tutto, come accadeva in The Miracle (of Joey Ramone) e nella strutturalmente molto simile This Is Where You Can Reach Me Now.

Irrisoluto è il tentativo anni ’50 di The Showman (Little More Better) e quando hai di nuovo perso tutte le speranze arriva The Little Things That Give You Away, e anche qui capisci che se gli U2 lasciassero perdere quel maledetto complesso farebbero dei dischi davvero ancora fantastici.
Meravigliosa la sequenza infatti che inizia da qui e prosegue con l’intimità di Landlady, il garage The Blackout e il comfort di Love Is Bigger Than Anything In Its Way.
In chiusura arriva la sublime 13 (There Is A Light), un brano che cita, come si capisce dal titolo, Song For Someone, riuscendo a creare un’atmosfera diversa e forse anche più intima.

Un disco strano per gli U2 che dopo aver vestito i panni di quattro sopravvissuti ai troubles, tornano a vestirsi di pop e a compiacersi allo specchio. In Songs of Experience, oltre a un filo conduttore più costante, mancano dei brani-chiave a suddividere le architetture del disco. Peccato perché alcuni brani straordinariamente interessanti riescono a comporli ancora, la voce di Bono è come sempre la migliore, ma dopo Songs of Innocence, tre anni di lavoro e il Joshua Tree Tour 2017 ci si aspettava ben altro.

Davide Di Cosimo