Se ti presenti come un duo Synth Punk hai un vantaggio immediato: chi schiaccia play si prepara al peggio. Se poi ci metti il carico e ti auto-definisci usando termini come deumanizzazione e orrorifico, che il correttore di word non apprezza (come il vocabolario della lingua italiana, del resto), la voglia di schiacciare play quasi passa…
Ma con tutto quello che ci pagano il play tocca pigiarlo, e la strategia di marketing di questi toscani va a segno. Il “peggio” è molto distante e, nel suo insieme, la proposta artistica dei Porco Rosso risulta poco orrorofica, qualsiasi cosa voglia poi dire.

Spero che nessuno si offenda se dico che di “sovversivo a le masse” (cit.) questi ragazzi hanno ben poco da offrire. Sorrido, anzichenò, a sentirli inneggiare ai maiali capitalisti, ed altre amenità del genere, non esattamente avanguardistiche. Melodie pressoché assenti, come da contratto, ma nemmeno me le aspettavo a essere sinceri. Non posso, però, non apprezzare l’uso dello strumento elettronico, che qualcuno associa ormai alla musica vera, che è ciò che in definitiva interessa davvero ai nostri (migliaia e migliaia) di lettori.

I 10 brani contenuti nella proposta artistica dei Porco Rosso hanno un denominatore comune, ossia un certo fascino. Non è per nulla facile fare musica elettronica, al contrario di ciò che pensano tutti quelli che ne parlano superficialmente, malcelando un certo disprezzo (benché remoto). Io sono tra questi, laddove non si fosse capito, ma ci ho provato, un tempo, e so che la scelta dei suoni è difficile tanto quanto nella musica vera, e individuare una propria impronta digitale (sonora) è maledettamente complicato. In questo caso l’impronta c’è, e funziona, nonostante le basi percussionistiche da vic 20 e i testi che vanno sul sovversivo sicuro con riferimenti ai classici sempreverdi della letteratura aulica, come la condanna al bunga bunga. Ho scovato anche tracce di Hammond, qui e là, ma forse il riferimento al Bunga al quadrato di cui sopra mi ha narcotizzato.

Lo sto mettendo nero digitale su bianco digitale, ma a me pezzi come “Profondo Rosso”, o “Metraton” piacciono un bel po’, e il riferimento alle Tshirt dei Bauhaus ancora di più. Altri gruppi che violentano questo genere, poi, li terrebbero lunghi eterni, invece i Rosso Porco sono discreti, e tolgono presto il disturbo. Non più di 2\3 minuti e i brani finiscono, spesso senza preavviso, altro punto a favore. Ne “il Traviatore”, non rovinata del tutto dal testo, c’è anche un buon tentativo di cambio di intenzione ritmica, con l’effettone vocale a fare da conduttore, sempre senza esagerare col chilometraggio.
Non arrivo mai a pigiare il rewind, per la cronaca, ma la voglia (lontana), quasi ci sarebbe. Io questo lo chiamo miracolo, altri “colleghi” potrebbero addirittura etichettarlo come bravura.

Finito l’ascolto mi assale un dubbio, che diventa presto consapevolezza. Per temi trattati, gergo e scenari dipinti, questi signori sono cresciuti a pane, nutella e Ken-shiro. E’ bello scoprire di avere dei fratelli in toscana.

Vito Franchini