Perdonami
 ma proprio non ce l'ho fatta
 a venire
 il giorno del tuo funerale.
 Dovevo sbrigare alcune faccende
 importanti,
 scusa davvero,
 tranquillo che recuperiamo presto.
 Mi faccio vivo io.

Lentamente allento il nodo, lentamente sollevo la corda dalle mie spalle, lentamente la stringo di nuovo tra le mie mani; finalmente, gradino dopo gradino tocco terra; alzo gli occhi verso la trave del soffitto e lentamente esco dalla stanza da letto dei miei genitori. La porta si chiude, scendo.
Incontro gli stessi quadri raffiguranti la nostra vecchia casa in campagna, le stesse scale, lo stesso pavimento, da sempre.
Mi accorgo di stare in piedi a fatica, le mie gambe tremano. Era già successo, a scuola quando dopo un forte terremoto imparai a non dare per scontata la terra sulla quale cammino.
Sono fuori. Mio padre è sempre lì, dedito a riporre gli attrezzi. Nulla sembra essere cambiato.
-C’hai ripensato?- dice subito con tono brusco.
Penso a quelle parole, le peso e mi sento scoperto. -Si, farò più tardi, dopo cena non ho altro da fare,- rispondo, quasi meccanicamente, senza pensarci.
-Contento tu, – dice – almeno togli questi impiastri di legno di mezzo.
Torno in me e mi rendo conto che nulla è cambiato. Cerco di non pensare più a quanto successo nella camera dei miei genitori solo pochi minuti fa. Ci riesco, almeno per un po’.
La cena è un monologo a colori della bella presentatrice del tg, la sua camicia bianca tramonta sulla linea del tavolo. Parla, le immagini scorrono, mio padre inveisce, bestemmia: è il suo galante modo di apprendere certe notizie.
Quasi come ci eravamo seduti ci alziamo, mia sorella aiuta a sparecchiare, mia madre accende una sigaretta e si prepara a lavare. Ho sempre detestato l’odore del fumo. Esco.
Mi fermo a guardare il muretto che stamattina non c’era. Mi siedo, tiro fuori dalla tasca il mio cellulare, sono giorni che non squilla. Lo apro, nessun messaggio, nessuna chiamata, nessuno mi ha cercato. Respiro un po’ di tempo. resto così, a guardare il posto vuoto dove fino ad un mese fa c’era la mia auto. Ho dimenticato le medicine! Rientro. Mia madre mi scarica addosso tutte le sue frustrazioni, come sempre; è un vomitare rauco di parole che mi rimbalzano nella testa, rovinano sul tavolo, svaniscono tra la muffa grigiastra del soffitto. In un bicchiere di quelli appena lavati verso dell’acqua del rubinetto e prendo la pasticca che cerca di impedire i miei vuoti mentali, le mie assenze.
Mi metto a letto. Di là, in camera dei miei genitori, la televisione ruggisce. Io non riesco più a guardarla. Mi torna in mente la scuola, così di colpo, come quando si ricorda con esattezza il nome della località estiva dove trascorrevi le vacanze da piccolo. Andare a scuola mi è sempre piaciuto, era un posto dove andare, era la mia razione quotidiana di compagnia. Ci andavo sempre. Quando c’era il sole e quando c’era la neve, quando i sindacati indicevano uno sciopero e quando sentivo i brividi dell’influenza.
I giorni in cui nevicava erano per me i migliori. A scuola non veniva quasi nessuno, non c’era quella confusione e quei soliti discorsi sul calcio fatti tra i ragazzi al cambio dell’ora; non c’erano le partitelle con le palline di carta stagnola per i corridoi, non c’erano le interrogazioni. Nulla di tutto ciò, tutto sembrava evaporare nel cielo plumbeo dell’inverno, così. Per me in quell’atmosfera sospesa, quasi inutile ed innaturale si nascondeva la bellezza più affascinante della scuola; i professori scendevano dalle cattedre e tornavano ad essere umani, proprio come noi; potevi parlare anche per mezz’ora con il bidello e scoprivi che aveva moglie e figli, che suonava la chitarra e che anche lui da ragazzo si divertiva ad attaccare le gomme sotto al banco.
Mi torna alla mente quando una volta, per la mancanza di professori ci avevano messi tutti in un’aula; in tutto l’istituto saremmo stati in 6 o in 7 e io facevo la terza media. Ero uno dei più grandi; c’erano anche altri ragazzi e ragazze più piccoli. Uno di loro mi sembra abitasse vicino casa mia, non ricordo come si chiamava, Francesco, forse. Propose alla prof di uscire a raccogliere la neve e fare pallate, ardito per uno della prima; con grande sorpresa di tutti la professoressa Bani, che non era per niente il tipo da fare a pallate di neve, acconsentii.
Fu memorabile, uno dei giorni più belli della mia vita; a scuola l’unica altra presenza della mia classe era Silvia. Ero innamorato di lei. Amavo ogni suo movimento ogni suo vestito, ogni suono che usciva dalla sua bocca. Lei non lo sapeva, o meglio, anche se lo avesse saputo, questo non avrebbe fatto la differenza; non mi rivolgeva quasi mai la parola, quasi mai mi guardava – e ne ero certo, dal momento che io lo facevo sempre – e quasi mai rideva alle battute che facevano su di me.
Quel giorno invece corremmo, giocammo, ci rotolammo tra la neve; ancora ricordo il sussulto che provai nel beccarmi una pallata dritta sul viso. Avrebbe potuto lanciarmi contro anche un sasso, non mi avrebbe fatto niente. Esistevo.
Rientrati tutti bagnati ci sistemammo ancora sui banchi, tutti assieme. Ricordo che parlai anche un po’ con lei e che imitai il nostro professore di scienze e che spettegolammo sulle prime avventure amorose di qualche nostro compagno di classe. Indimenticabile.
Poi capii che in qualche modo la neve mi somigliava.
Il giorno seguente si era già sciolta. Era stata stupenda, pura e potente; era stata capace di mettere tutto sotto di se. Ora quel che restava di lei era solo la sua squallida copia grigio topo impastata ai margini del marciapiede.
Tutti erano tornati a scuola: i docenti dietro la cattedra; i ragazzi con i loro discorsi dai quali venivo sempre arbitrariamente escluso; Silvia, che nel suo maglione grigio topo sembrava essersi dimenticata di tutto.

La televisione tossisce ancora dall’altra parte del muro dietro la mia testa. In me c’è una bella sensazione, come se mi stessi per liberare di qualcosa che mi impediva di respirare. I miei muscoli cominciano ad intorpidirsi nel sonno, fino a non rispondere più ai miei comandi. La televisione si è spenta, il silenzio mi provoca vertigini, come se fossi sopra un burrone e stessi per saltare senza sapere quanto è distante l’altra parte. A volte è proprio difficile addormentarsi. Apro gli occhi e mi guardo intorno, come se ci fosse ancora qualcosa da vedere oltre il bianco della neve che sale e comincia ad invadere tutto. Penso che ci sto mettendo troppo tempo, non sopporterei l’idea di farmi trovare così. Poi è tardi, troppo tardi, tengo strette le palpebre perche il sonno mi arrivi prima possibile, perché riesca finalmente a riposarmi.

come se avessi ancora un lavoro
e domani mi dovessi alzare presto,
come se avessi ancora una macchina con cui andarci;
come se il pomeriggio avessi qualche impegno
e la sera dovessi uscire con qualcuno.
Come se fossi ancora vivo.
Come se a qualcuno ancora importi
che non ho ancora fatto la doccia.
E il fatto che no, nulla è cambiato.

Ci sono situazioni in cui agiamo, senza renderci conto della ricaduta che le nostre azioni possono avere su chi ci sta di fronte. Ci voltiamo dall’altra parte, non comprendendo richieste di aiuto anche a volte molto chiare. Facciamo finta di niente, anche quando queste situazioni accadono proprio davanti ai nostri occhi. Come se fosse tutto normale, come se tutto in ordine, quando invece non è affatto così.
(Nella Gravità – Elephant Brain)