Sonorità piacevoli, distensive. Chitarre scaltre e misurate, orchestrazioni non eccessive, una voce avvolgente, rassicurante.
Sono i primi aggettivi che sorgono spontanei all’ascolto di “3 Chord Trick”, il nuovo LP dei “Legacy”, band costituita da noti e meno noti, che assieme portano avanti un discorso iniziato negli anni ’70 da un certo Knopfler Mark, emerito sconosciuto che lasceremo fuori da questa recensione.

Il titolo del nuovo lavoro mira a colpire gli addetti ai lavori, riuscendoci in pieno. Il trucco dei tre accordi è filosofia, è antropologia musicale, è qualcosa che non solo ha dato da mangiare a generazioni intere di musicisti ma, soprattutto, ha dato emozioni a milioni di fruitori di musica. Quel trucco è come una rosa rossa in amore, non fallisce (quasi) mai. Non scendo in tecnicismi, mi limito ad applaudire i Legacy, perché oltre a dedicarvi un brano, intitolare così il loro nuovo progetto è una cosa semplicemente geniale.

Tornando a parlare della musica che ascolto in sottofondo scrivendo queste righe, mi accorgo che la mia testa continua a fare su e giù. Annuisco soddisfatto perché, mettendomi a tavolino, conoscendo il background di chi l’ha composta ed eseguita, non avrei potuto pensare a nulla di più a fuoco. Il rischio di cadere nel buco nero delle minestre riscaldate era enorme, ma i Legacy l’hanno aggirato con una classe che mi lascia a bocca aperta.
Già il singolo “Jesus Street” era formidabile, veloce e disinibito; tra le 11 tracce del CD si trovano altre perle assolute, meravigliosamente a tono con il discorso di quel signore che dobbiamo tenere fuori dalla recensione, con il titolo, e con la bravura intrinseca dei musicisti. “County Hunter” e “Twisting the knife” seguono proprio quella strada, poi ci sono le ballate, immancabili, rassicuranti, come il trucco dei 3 accordi, e tra tutte scelgo “Magdalene”, di un’intensità poco comune.
Non male i testi, con qualche caduta di troppo in quella demagogia rock che sei tenuto a inserire, un po’ come le quote rosa (“Here and Now”, dotata comunque di un grande arrangiamento). In generale si tratta di un lavoro di altissimo livello che ha come base capacità autorali che non scopro di certo io, uno dei milioni che hanno ballato e sognato con le note che alcuni dei soggetti dietro questo LP hanno regalato al mondo negli ultimi 30 anni o giù di lì, suonando con i più grandi nomi del panorama internazionale.

A lodare chitarre e basso mi sembra di sprecare inchiostro elettronico, sono semplicemente magnifiche, così come la batteria, ordinata, allineata e coperta. Le tastiere aggiungono spruzzate di classe qua e là, ma il vero valore aggiunto, cui non posso non tributare una standing ovation è, naturalmente, la voce.
Sapevo di lui, per averlo ascoltato chiacchierare amabilmente in varie radio qualche mese fa. Confesso, però, che non lo avevo mai ascoltato. Sono stanco di utilizzare “perfetto” come aggettivo, ma non ne trovo di migliori. Il fatto che le corde vocali che conducono il corpo d’armata dei Legacy a stravincere una guerra (sulla carta persa in partenza) siano italiane, mi dà i brividi. Una canzone su tutte per apprezzare questa “canna” formidabile? La title track.

Non ho fatto nomi, non serve. E’ la musica che vince, in questo caso. Tutto il resto è contorno inutile, quando il livello delle onde sonore che escono dalle casse del mio stereo è così elevato.

Rock’n’roll!

Vito Franchini