Ho ascoltato Gabriella Martinelli, che ci ha proposto il suo secondo lavoro da (quasi) professionista: “La Pancia è un Cervello col Buco”.

La prima traccia, “Casimira” mi ha ricordato immediatamente Vinicio Capossela. Tanto basterebbe per una recensione entusiasta, ma noi non siamo noi se non scaviamo le proposte fino a ridurle come un torsolo di mela (cit.). La seconda traccia, che dà il titolo al progetto, è altrettanto scaltra, tra chitarre gentilmente funky e cambi di ritmo talmente poco pop da meritare un espressione di giubilo con tanto di sopracciglia arcuate.
Vi risparmio il Trac tu trac, per il quale la tariffa è molto superiore. L’album scorre via bene, con caratteristiche costanti, che sono tutte ottime notizie. La produzione è ottima, essenziale ma dotta, grazie all’uso di archi mai sbrodolanti, qui e là, e altre chicche che denotano mestiere e grande consapevolezza. Superbo, ad esempio, l’arrangiamento di “Giulia” o la scelta di rendere il basso il protagonista della prima parte di “Essere Sottili”.

La voce è stentorea, precisa e interessante ma – senza finire nel baglionamento – io qualche soffiato in più l’avrei messo, per vedere l’effetto che fa. I gorgheggi di “In una tazza di caffè”, comunque, sono davvero tanta roba.
Leggo che la signorina se le scrive, se le canta e se le produce, quindi non posso che inchinarmi. Gabriella Martinelli è brava un bel po’ e per quanto io mi impegni non riesco a trovare difetti seri; l’ultima volta mi è successo nel millennio scorso. Intanto le tracce scorrono e in “Ciao a Te” chitarra, basso, batteria e archi si dividono lo spazio con grande democrazia, poi ci pensa la voce a rubare la scena, verso la fine, come è giusto che sia.

Non mi disturbano nemmeno le dissonanze mirate del piano di “Le Vagabonde”, un po’ troppo Jazz per i miei gusti, ma tenute in piedi da una voce (questa volta) centellinata con scaltrezza, e frasi in francese che mi portano tra gli sfarzi della Versailles del Re Sole, dove una musicista di questo calabro avrebbe meritato il titolo di Contessa ed ettari di nobile campagna.

Dei testi, come di consueto, non mi occupo, ma non mi pare di aver sentito improbabili inni alla rivoluzione contro il capitalismo quindi andranno sicuramente bene.
Mi auguro che questa cantautrice riesca a campare della sua arte. Laddove così non fosse, ho io la soluzione: vendere il suo buon gusto all’ingrosso sul merca indie e vivere di rendita per 3 o 4 generazioni.
Applausi, sipario, bis!

Vito Franchini