Ascolto Furnari, con l’accento sulla U, e trovo tutto quello che mi aspetto da un progetto serio, professionale, ben orientato.
Me lo aspetto perché il nome è già sentito, echeggia tra le mura dei locali romani da qualche anno, e perché il comunicato stampa che accompagna l’uscita del nuovo progetto, “Abusivi Sognatori”, descrive l’avvento del messia del nuovo millennio.
Dal punto di vista musicale, risaltano chitarre progettate con mestiere, la ritmica è ben posata, non mancano spezie elettroniche, capaci di esaltare i sapori originari, e il basso non si sente. Per apprezzarlo devo alzare il volume e concentrarmi, perché ormai nessuno si mette davanti a uno stereo per fare recensioni gratis, e tocca accontentarsi delle piccole membrane dello smartphone.

Alla fine dei conti parliamo di folk, o pop\folk, con la (ridondante) targhetta “Indie”, perché l’anima che sta dietro queste melodie, suo malgrado, non ha ancora trovato qualcuno disposto a investire per fargli fare il salto.
Oserei, piuttosto, parlare di musica d’autore, di un autore che ha talento e che, ad oggi, ha avuto modo di dimostrarlo a pochi. Non pochissimi, a giudicare dal seguito che ha su Social e dai palchi che ha calpestato, ma certamente non abbastanza.

Furnari, con l’accento sulla U, ha delle cose da raccontare. La sua passione per le sette note (che poi sono 12), la capacità di muovere le dita su una chitarra e una sensibilità, che definirei non comune, gli permettono di farlo proponendo 9 canzoni che stanno in piedi senza sforzo, e si fanno ascoltare alla grande.
Raccontare cose in italiano, con un accenno di metrica e qualche rima, non è facile nemmeno un po’. Dietro ai testi di Furnari con l’accento sulla U intravedo lo sforzo, a tratti disumano, di camminare a testa alta (anzi, col collo allungato, come dice lui), restando in bilico tra il già sentito, lo scontato e la demagogia. Bisogna insomma scappare dalla “frasi, solite, banali”, come dice lui stesso. E ci riesce, accidenti, o quanto meno nella maggior parte dei casi, quindi io giro il pollice in su. A un primo ascolto e alla lettura dei titoli del progetto, il messaggio che questo Cristiano ha deciso di condividere con noi sembra negativo, pessimistico. Nel complesso, invece, si scorge qualche vago cenno di speranza, che male non fa.

Non vedo, in questo lavoro, indicazioni su come salvare il mondo, “bolle musicali” di canzoni epocali, o altro di apocalittico. Vedo, anzi sento, un cantautore che ci sa fare, per nulla commerciale (nell’accezione negativa del termine) e che, cosa da non trascurare, ha una voce molto particolare, che resta in testa, soprattutto quando va su e acquista uno stridulo da competizione.
Per il Terzo Lato del Vinile è un SI, con l’accento sulla U.

Vito Franchini