La gente nuova tocca incontrarla, a meno che tu non sia Padre Charles de Focauld, eremita in Algeria. Spesso non ne hai voglia, ma accade, ostinandosi a vivere. Tu che sai tutto ritieni di riuscire a capire, per l’appunto, tutto (o quasi) dal primo sguardo. Abbigliamento, portamento, approccio. Se lo sbadiglio non parte entro i primi 9 secondi, anche se il nome te lo sei già dimenticato, magari gli chiedi il segno zodiacale (ma solo se sei femmina).

Applichiamo questa regola infallibile ai Four Tramps, che si definiscono Rock, blues, indie punk da Reggio Emilia (peccato, alla mazurka ci avrei tenuto un pochetto), e che incontro per caso tra le email in putrefazione, vedendo che il capo del “Terzo Lato DV” un paio di decenni fa, mi ha chiesto di ascoltarli.

La regola non funziona, tanto per cambiare. Del loro segno mi frega poco perché sono maschietto e ho un cervello e, stranamente, il loro nome mi dice qualcosa. Non voglio imbrogliare con gugol, ma sbircio il comunicato stampa e vedo che suonano da un po’, e questo progetto vuole agevolare, negli intenti, un riavvicinamento al pubblico, quindi punta su testi in italiano. Ottima idea, allora, intitolarlo con parole spagnole. Inizio a capire perché il pubblico si sia allontanato… ma stimolato dalla vena carognosa che oggi mi accompagna e stimola, schiaccio Play.

Chitarre distorte, tante, basso bello tondo, batteria scaltra dai suoni medio bassi, un’incisione che direi probabilmente live o quasi, ma ciò nonostante bella grassa, corposa, strutturata a modino. Sti 4 vagabondi (sorry guys, I know my english) prendono subito punti, e viene voglia di starli a sentire, almeno un po’. Nel mondo reale mi succede una volta ogni 6 lustri.
Notoriamente i testi io non li ascolto, se non con l’insegnante di sostegno alle spalle, ma le mio orecchie captano “lacrime d’Africa”, e i punti salgono vertiginosamente. Il primo brano è lungo, vario, e speziato dall’Hammond. Lo sbadiglio si allontana, Avanti!
Purtroppo la seconda canzone parla di rivoluzione, delle parole che con tale termine (poco usato in effetti) fanno rima… e rischio di schiacciare subito stop. Mi trattengono i chitarroni distorti, trucco che con me funziona sempre, il fatto che si senta il basso e l’accento che usavano i “Paolino Paperino Band”, che rende discorsi pretenziosi, e parecchio già sentiti, tutto sommato tollerabili (quasi).

Si va avanti con una ballata folk, ben costruita, “L’ultimo grido” che palesa limiti e particolarità della voce portante, con netta prevalenza delle seconde.
Ancora avanti, e i punti tornano a salire: “4Minutes” spacca, proprio come ci piace a noi che pensiamo di capirne. E’ in inglese, e questo mi castra l’accento che odora di tortellini, ma funziona, spinge, ha energia, è suonata come di deve. Lo è anche “King of the Words”, che mi ricorda un po’ i Pearl Jam ( i vagabondi non mi hanno pagato per dirlo). (aggiungo purtroppo).

“Sad love songs” è suonata e cantata daddio, e questo eleva uno standard poco originale. Si chiude con “Theatre of Drums”, figata pazzesca. E’ allegra, frizza, ha sonorità country rock e un’energia contagiosa anche grazie all’uso di cori (questi sconosciuti) simpatici.

Insomma, la regola del primo sguardo fallisce ancora. Li ho ascoltati tutti e penso lo farò ancora. Poi, cosa mirabile, la carogna si è un po’ quietata e, grazie a questi musicisti che ci sanno fare davvero, non ho piu’ tanta voglia di seguire le orme di Padre Focauld. Anche se… io nel suo eremo ci ho dormito, troppi anni fa, ed è uno dei ricordi piu’ belli che ho. Lo consiglio a tutti, esattamente come i 4 tramps.

Rock’n’roll.

Vito Franchini