I talenti di questa ragazza emergono in maniera evidente all’ascolto del suo ultimo lavoro discografico: “Non importa”. Sono costretto a usare il termine “emergere” perché alcune scelte di produzione, al contrario, rischiano di distrarre l’ascoltatore generico medio, quello che ascolta la radio mandando uozzap mentre guida, per capirci.

Non vorrei essere frainteso, perché parliamo di un prodotto molto valido e registrato in maniera professionale a dir poco. Ritengo, però, che i riverberi e gli effetti pop che caratterizzano l’intero progetto collochino l’artista in un genere in cui, per emergere davvero, c’è una fila simile a quella della distribuzione della farina a Cuba.

Provo a spiegarmi: “Anche se” ha un ritornello vincente, la voce è potente e l’interpretazione passionale, ma il soffritto di archi campionati sotto toglie spinta. La toglie, se non altro, alle mie orecchie, sempre in cerca di qualcosa di “nuovo”. I Beatles hanno già fatto tutto il nuovo che si poteva chiedere alla musica, no? Ok, ma per nuovo intendo, forse, qualcosa di almeno parzialmente diverso da ciò che c’è in giro.

Tornando a parlare del talento di Federica Infante, che va ben oltre quello vocale, io mi dichiaro ufficialmente innamorato del groove di “When I’m Back” che, soprattutto nelle strofe, si lascia alle spalle il pop e mi porta oltreoceano al Soul dell’Atlantic Records. Scorgo meraviglie, poi, nell’inciso di “Tell me”, con intenzioni vocali semplicemente straordinarie, che l’acustica effettatissima non riesce a rovinare. Ritengo che con brani di questo spessore (compositivo ed esecutivo) la Infante potrebbe anche trovare Fan fuori dall’Italia, dove gli artisti che possono permettersi di incidere in inglese, con legittime speranze di vendere, si contano sulle dita di una mano monca.

Ho voluto dire ciò che penso e il mio giudizio, inevitabilmente, è influenzato dalla batteria campionata e dall’uso degli archi, che sinceramente non sopporto più. Mi sembra però doveroso chiudere in positivo, perché, perlamordididdio, sono orgoglioso di avere avuto il privilegio di recensire una ragazza che ha il mio stesso passaporto, la mia stessa passione e, a differenza del sottoscritto che chiacchiera e basta, compone, incide e propone musica di altissimo livello.

Non sono in grado di dare suggerimenti concreti, perché la Infante, alle orecchie di molti, è già perfetta così. Eppure pagherei (lo sto mettendo per iscritto), per sentire le sue melodie accompagnate da una chitarra cruda come quella di Gilmour ai tempi d’oro, con qualche distorsione e qualche stoppato qui e là. Anche solo acustica (senza riverbero) e voce, e Federica darebbe la paga a qualsiasi artista mai lanciata sul mercato da Amici (tranne forse Annalisa, dai).

Quello che ci vuole è un po’ di sano Rock’n’roll, alla fine. E la Infante lo è eccome, sono disposto a scommetterci la paga.

Vito Franchini